Crisi, fallimenti salgono del 62 per cento
«I dati sui fallimenti non ci sorprendono, purtroppo. Il settore edile ha perso, a livello nazionale, il 22 per cento del fatturato. E' quello più in difficoltà rispetto ad altri settori industriali». Alberto Righini (nella foto), presidente della sezione pavese dell'associazione nazionale costruttori, svela il quadro che fa da sfondo ai numeri sulle richieste di fallimento. «Oltre ai costruttori falliscono anche le società immobiliari, perché il nostro mercato è costituito anche da queste realtà – prosegue –. Il problema è che il mercato è completamente fermo. E quando c'è un invenduto, la sofferenza raddoppia: non è solo il mancato introito a pesare sulle imprese, ma c'è anche l'aggravio delle tasse, come l'Imu, che devono essere pagate su un patrimonio fermo. Così i costruttori vanno in difficoltà e, a catena, va in sofferenza l'indotto. E gli operai che perdono il lavoro». Una crisi che, secondo Righini, dipende anche dal «terrorismo psicologico che è stato fatto: la casa non è più un bene rifugio, ma, tra Imu e accertamenti fiscali, è diventato un bene rischioso». di Maria Fiore wPAVIA Le imprese si arrendono alla crisi. Sempre di più. Il bilancio la cancelleria del tribunale dell'anno appena trascorso non mostra un'inversione di tendenza e anzi mette in luce un aumento dei fallimenti delle imprese, rispetto al 2011, del 62 per cento. Per la precisione si tratta di domande di fallimento, cioè delle richieste di imprenditori e artigiani che si presentano in tribunale con l'intenzione di chiudere i battenti perché non ce la fanno più ad andare avanti. Le domande sono state 115 nel 2011 e 183 nel 2012: 68 imprese in più hanno quindi chiesto di fallire. A questi dati vanno aggiunte le 47 richieste di concordato preventivo (lo strumento che permette all'imprenditore di trovare un accordo con i suoi creditori per non essere dichiarato fallito o comunque per cercare di superare la crisi in cui versa l'impresa) e di liquidazioni coatte, la procedura fallimentare che riguarda le cooperative. Infine, 9 pratiche sono state aperte (dopo appena tre mesi dall'entrata in vigore della legge, lo scorso ottobre) per il concordato che consente la sospensione dei pignoramenti e la possibilità per l'imprenditore di avere un termine per la ristrutturazione della propria azienda. «Molte imprenditori provano a salvare la propria azienda, nonostante tutto, nonostante le difficoltà – spiegano in cancelleria –. Ma non sempre ci riescono». Fallire, allora, diventa l'unica opzione possibile. Per quanto riguarda i fallimenti, le richieste riguardano per lo più imprese "vuote", cioè prive di patrimonio e quindi senza possibilità di soddisfare i creditori. Ditte, quindi, molto piccole: tanti bar, qualche negozio di abbigliamento, un paio di ristoranti. Ma la fetta più consistente, circa il 30 per cento del totale, è rappresentata dalle imprese edili. Piccoli costruttori e immobiliaristi che hanno realizzato palazzi e appartamenti, sperando nell'affare, ma che non sono riusciti a vendere a causa della flessione del mercato immobiliare. Fermo ormai da troppo tempo. Sono gli stessi titolari delle ditte a fornire questa spiegazione quando si presentano davanti alla cancelleria, ormai senza alternativa, per depositare la loro domanda: «Pensavamo di riuscire a recuperare i debiti con le banche, ma è tutto rimasto invenduto. Non possiamo più andare avanti». In alcuni casi gli appartamenti non vengono nemmeno finiti: la loro costruzione si ferma a metà. Scheletri che è difficile piazzare anche una volta che il fallimento è avviato. Così i creditori rischiano di restare a bocca asciutta. Tra loro, troppo spesso, ci sono operai e piccoli padroncini. Ma restano a bocca asciutta anche i compratori, che spesso, per effetto del fallimento, non riescono a entrare nelle case acquistate magari con i risparmi di una vita oppure rischiano di perderle. Ma qual è l'origine del dissesto? Sono le retribuzioni, insieme al costo del materiale e ai ritardi nei pagamenti anche da parte degli enti pubblici, a far lievitare i debiti delle imprese. Debiti che diventano un macigno quando cominciano ad arrivare le cartelle dell'Agenzia delle entrate. Ma i dati sui fallimenti sono solo la punta dell'iceberg. La situazione in cui versa l'edilizia è un quadro a tinte fosche se si considera anche che, in quattro anni, dal 2008 al 2012, si sono persi, in provincia di Pavia, più di 4mila posti di lavoro. Il dato, fornito dall'Ance, l'associazione nazionale costruttori, comprende gli operai e la manovalanza, ed esclude gli impiegati, i geometri e altre figure professionali che ruotano attorno al mondo delle costruzioni. E all'orizzonte non si vedono schiarite: la cassa integrazione si sta esaurendo per molte imprese e nel 2013 la perdita di posti di lavoro, in assenza di una ripresa, è destinata ad aumentare. @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA