PATTO PER NON MORIRE

di RENZO GUOLO Sembra fatto l'accordo tra Pdl e Lega anche se, di questi tempi, è sempre prudente aspettare conferme ufficiali. In seria difficoltà dopo la comune, cattiva, prova di governo e il crollo delle loro leadership carismatiche, i due partiti sembrano convinti che la scelta non abbia alternative. Per il Carroccio, che con Maroni punta alla Lombardia, l'appoggio del Pdl è condizione minima per provarci. Con il Pdl, la partita per il Pirellone contro il centrosinistra guidato da Ambrosoli è giocabile: da sola la Lega è condannata alla sconfitta. Per Berlusconi la rinnovata alleanza con il Carroccio, congelata durante il governo Monti, mira a impedire che il Pd conquisti il premio di maggioranza in Lombardia e Veneto, regioni decisive, insieme alla Sicilia, per la evitare che Pe e Sel possano essere autosufficienti anche al Senato. Obiettivo minimale per il Cavaliere abituato a correre per vincere, ma pur sempre utile per far sentire il suo peso in Parlamento. E tutelare così i propri interessi aziendali e in materia di giustizia . La natura di accordo di sopravvivenza è dimostrato dalle reciproche rinunce. Berlusconi fa balenare l'ipotesi di non esplicitare la sua candidatura a presidente del Consiglio, ritagliandosi il generico ruolo di leader della coalizione. Dopo aver minacciato il Carroccio di rompere le alleanza in Veneto e Piemonte, vanificando così il "blocco del Nord", il Cavaliere, da sempre fautore della democrazia plebiscitaria e del bipolarismo muscolare, giustifica la rinuncia riparandosi dietro alla Costituzione. Berlusconi ricorda improvvisamente che è il Capo dello Stato a dare l'incarico: dunque, dice, non è necessario stabilire prima chi andrà a Palazzo Chigi. Una marcia indietro clamorosa per un leader che ha sempre contrapposto la legittimazione popolare del capo del governo a quella "solo" istituzionale del Presidente della Repubblica Ma tant'è: è noto che le convinzioni del Cavaliere sono sempre legate all'obbiettivo e non ai principi. Berlusconi ribadisce che per il premier si vedrà dopo il voto. Ma è un problema che non si porrà: il rinato forzaleghismo è destinato a uscire sconfitto dalla prossima tornata elettorale. Resta il fatto che una campagna elettorale in cui l'alleanza si presenta senza candidato a Palazzo Chigi, in presenza di due concorrenti forti come Bersani e Monti, è tutta in salita. Non si tratta di nomi nei simboli: nella testa degli elettori la personalizzazione della politica non tramonta dall'oggi al domani e un Berlusconi "candidato che non c'é" perde forza attrattiva. Anche il Carroccio ha dovuto cedere. Nelle intenzioni di Maroni, la Lombardia doveva trattenere il 75% del gettito fiscale nel territorio. Proposta che condannerebbe a sconfitta sicura, nonostante l'invenzione della lista parallela del Grande Sud,le truppe del Pdl sotto il Volturno. Così il programma su cui Maroni ha messo la faccia sarà edulcorato, se si vorrà salvare l'intesa. Resta il fatto che il rapporto con Berlusconi, anche nell'ambigua forma ipotizzata, non è gradito da buona parte dell'elettorato leghista, sopratutto in Veneto. E' possibile, dunque, che parte di esso si rifugi nell'astensione o nel voto a Grillo, pur di evitare di benedire un'alleanza che molti leghisti vivono, pulsionalmente, come "corruttiva". Il Carroccio ha rischiato di sfasciarsi dopo la crisi di credibilità che ha travolto la leadership bossiana e molti dei suoi militanti e elettori ritengono che quel rischio sia stato accentuato dall'accentuata prossimità, antropologica oltre che politica, al berlusconismo. Non sarà facile per Maroni, spazzare simili convinzioni. Troppo poco tempo è passato dal fallimento di una formula che solo tre anni fa sembrava avere davanti un lungo ciclo politico. L'appello a digerire tutto in nome della lotta al nemico comune - Roma, la sinistra, Monti - oggi non basta più. ©RIPRODUZIONE RISERVATA