VITTIME DI UN SOGNO SMARRITO

di GIANFRANCO BETTIN La Spoon River della crisi accoglie in un terribile, analogo destino altre due vittime a Nordest. Nei giorni di un Natale aspro e triste si sono uccisi un operaio cinquantenne di Treviso, rimasto senza lavoro e, disperato, avvelenatosi atrocemente con l'acido solforico, e un imprenditore coetaneo di Padova, che si è soffocato chiudendosi la testa in un sacchetto di plastica dopo aver perso in un incendio il capannone dell'azienda che dava lavoro a 150 persone. Ai capi opposti della costellazione sociale, le due figure si sono incontrate nella sventura, dando un senso fatale alla diffusa, e discutibile, opinione secondo la quale, nella tempesta della crisi, saremmo tutti sulla stessa barca, e tanto più quando ne siamo rovesciati nel mare in burrasca. A dar forza a tale convinzione, in realtà, almeno in certe aree del paese, come appunto il Nordest, non c'è tuttavia solo la morte ma anche la vita di molti attori sociali. L'economia dei distretti industriali, tipica di queste zone e, spesso, autentico segreto del loro successo nei vent'anni che abbiamo alle spalle, si è infatti alimentata anche di una vicinanza e di una partecipazione attiva alla medesima comunità da parte delle diverse figure sociali. Imprenditori e operai, artigiani e contadini, dipendenti del pubblico impiego e commercianti, rappresentanze politiche e istituzionali (e finanche ecclesiastiche, decisive in molti luoghi della regione), hanno spesso condiviso un comune sentire, producendo un'azione di squadra che ha garantito un investimento e uno sforzo d'insieme della comunità locale. L'immagine tipica, semplicistica ma efficace, è quella di imprenditori e operai che giocano a carte nell'osteria del paese, sotto il campanile, e lì anche regolano conti e stipulano accordi (ma non si equivochi: questa dei distretti di paese è tutt'altro che un'economia naif, è invece modernissima, computerizzata, globalizzata; e anche gli operai che sembrano non volersi far rappresentare dai sindacati sanno far bene i propri conti, e sanno benissimo che loro sono operai e l'imprenditore è imprenditore…). La crisi che produce sventure e accomuna gli uni e gli altri assomiglia, in ciò, ai bei tempi, a quando si concorreva insieme alla produzione di ricchezza e allo sviluppo impetuoso (e pure allo stravolgimento del vecchio paesaggio e dei vecchi equilibri sociali sotto municipi e campanili). Se, però, con certe premesse storiche e culturali, è facile condividere un destino sociale nei tempi di crescita; se di fronte all'esito tragico che la crisi produce in tanti percorsi individuali, quel senso di condivisione viene rafforzato dallo sgomento, dalla commozione; se questo è vero, non bisogna nemmeno scordare quali differenze perdurino nei rispettivi microcosmi, nelle rispettive famiglie e classi. Luciano Gallino ha pubblicato di recente un libro importante, analizzando come si trasformino i conflitti di classe oggi, nel tempo in cui una diffusa vulgata li vorrebbe scomparsi (L. Gallino, "La lotta di classe dopo la lotta di classe", a cura di Paola Borgna, Laterza). C'è come «un grande conflitto sospeso», dice Gallino, perché le varie classi (ma specialmente i lavoratori) non hanno più chiara rappresentanza, pur esistendo e soffrendo la crisi ciascuna in modo peculiare, più lancinante tra i ceti economicamente deboli e politicamente soli. Di qui la maggior disperazione, gli atti radicali, le forme di lotta e di protesta estreme (salire sulle ciminiere o sui tetti, digiunare). L'atto finale, autolesionistico, è anche il riflesso di questa debolezza sindacale e politica, a sua volta sintomo di una incapacità di produrre un nuovo livello di solidarietà e di azione collettiva (o, per gli imprenditori, dell'impossibilità di essere aiutati, di accedere al credito, a fondi per reggere il momento nero e così via). Per questo, infine, quell'atto fatale, che può essere il medesimo, ha invece conseguenze molto diverse nei diversi ambienti. In chi resta il dolore è lo stesso, ma certe solitudini e fragilità sono molto diverse. Per gli uni e per gli altri, comunque, occorre attivare meccanismi di protezione, di sostegno di fronte ai rovesci, affinché il mare in cui tutti si naviga inquieti faccia meno paura, quale che sia la barca, e quale il posto che vi si occupa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA