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di Nicola Corda wROMA Il presidente Napolitano, e non il prossimo capo dello Stato che sarà eletto a maggio dalle nuove Camere, si troverà «suo malgrado» a dover affidare l'incarico al futuro capo del Governo. Lo ha detto lo stesso capo dello Stato nel corso del tradizionale appuntamento al Quirinale per gli auguri con le alte cariche dello Stato. Specificando che, con le forze politiche che si riprendono il loro ruolo e «sulla base del consenso che gli elettori accorderanno a esse, il capo dello Stato farà le sue valutazioni», e che comunque la stagione dei «governi tecnici» o «del presidente» è terminata. Parole che delineano un percorso nel quale sembra farsi molto più stretta la possibilità di un nuovo incarico a Monti. Il Consiglio dei ministri ieri sera ha invece deciso che si voterà in un election day per le politiche e le regionali in Molise e Lombardia, auspicando che si modifichi anche la data dele elezioni già fissate nel Lazio. Il governo ha anche stabilito, con un decreto, di dimezzare il numero di firme necessarie per la presentazione delle liste alle prossime politiche (semplificando così di molto la vita al M5S di Bepe Grillo). «Assumetevi la responsabilità politica di governare ma non bruciate la fiducia recuperate dall'Italia in Europa e nella comunità internazionale», ammonisce poi Napolitano. Lascia un settennato difficile, in cui dice di aver dovuto prendere decisioni complesse «interrogandomi sempre senza troppo facili certezze su ogni scelta impegnativa». Nel salone dei Corazzieri, ci sono le personalità che lo hanno accompagnato in questi anni: i giudici della Corte Costituzionale, i presidenti di Camera e Senato, i segretari dei partiti, magistrati e forze sociali. Ma sono soprattutto i partiti a essere richiamati in un intervento lungo ventisei pagine e che parte dalla brusca interruzione della legislatura. Si capisce che Napolitano non se l'aspettava, anche se la temeva ma cita espressamente il Pdl «il maggiore dei tre partiti che ha considerato conclusa l'esperienza del Governo Monti». Angelino Alfano arriva a cerimonia già iniziata, ma quelle parole le sente pesanti, così come quando è chiamato in causa insieme a Bersani, Casini e a tutti gli altri, per aver affondato la riforma del voto. «Un fatto imperdonabilmente grave», sottolinea il capo dello Stato, nonostante il tenace richiamo delle tante voci della società civile e «quante volte da parte del Presidente della Repubblica!». Napolitano segna rosso con il punto esclamativo, citando anche i motivi poco nobili che hanno decretato il fallimento della legge elettorale: «Logiche conflittuali accompagnate da diffidenza reciproca, ambiguità di posizioni e tatticismo esasperato». Rammarico, al quale si richiama chiedendo in questi giorni «un ultimo minimo sforzo» al Senato per portare a termine la legge già approvata alla Camera per l'introduzione di pene alternative al carcere e «alleggerire la vergognosa realtà carceraria che marchia l'Italia». Dalla sala partono gli applausi. Silenzio assoluto, invece, quando difende l'istituzione della Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, dagli attacchi di opposte sponde: «Vi chiedo di unirvi a me nell'esigere assoluto rispetto per il loro ruolo e alle pronunce che costituiscono un richiamo per tutti». Raccomandazioni che rimandano allo scontro sulle intercettazioni sulla trattativa stato-mafia che l'hanno visto protagonista indiretto, ma anche agli attacchi ripetuti di Berlusconi alla Consulta. In vista della campagna elettorale, il Presidente mette in guardia i partiti: «Attenzione, in gioco c'è il Paese e il nostro comune futuro - dice Napolitano - non solo un fascio di voti per questo o quel partito». ©RIPRODUZIONE RISERVATA