Cascina in vendita Tramonta il rito del presepe vivente

INVERNO E MONTELEONE Dopo trentun anni il piccolo centro di Inverno non ospiterà il presepe vivente. Nessuna capanna, nessun pescatore, né arrotino e neppure Gesù Bambino, che è sempre stato rappresentato da un bimbo vero, di pochi mesi, a cui i genitori permettevano di sfidare il freddo. La Bassa pavese perde un pezzo importante della sua storia fatta di tradizioni antiche. Ma i parrocchiani quest'anno non possono più contare sulla cascina che li aveva ospitati per sei anni e che i proprietari probabilmente intendono vendere. Un vecchio cascinale dalla tipica architettura lombarda che ben si prestava ad accogliere una rappresentazione capace di attirare, ogni anno, migliaia di visitatori. Tutti a riversarsi, nel periodo natalizio, in questo paese di 1300 abitanti che sembrava rinascere a nuova vita e che sapeva ripescare dal passato vecchi saperi. «Tenevamo molto a mantenere la nostra tradizione religiosa – spiega il sindaco Enrico Vignati –. Nel periodo di Natale, Inverno entrava a far parte di un circuito turistico, i visitatori si fermavano anche ad ammirare la nostra chiesa con la via Crucis di Samos e l'organo Prestinari». Il parroco, don Siro Longhi, sottolinea: «Il nostro presepe ben rappresentava quel forte senso religioso che ancora si avverte nei piccoli borghi. Tutta la comunità è dispiaciuta, ma con il tempo avrebbe giocato a sfavore anche la mancanza di un ricambio generazionale». Per quel presepe si sfidava il freddo pungente, un percorso tra le luci fioche che provenivano dalle capanne. Una cinquantina di figuranti, perché era coinvolto l'intero paese. Nessuno provava prima della notte di Natale, quando era prevista l'apertura. Il pastore faceva pascolare le pecore; il mugnaio attraversava il ponticello portando i sacchi di farina, mentre la macina in pietra continuava a girare; il fornaio preparava il pane e lo cuoceva, offrendolo ai visitatori. Poi c'erano il fabbro, l'arrotino, il taglialegna, il maniscalco, senza dimenticare le filatrici, la polentaia e l'oste. Un percorso obbligato per chi voleva raggiungere la Natività. «A rappresentarla era una famiglia vera con un bimbo in carne ed ossa», ricorda orgoglioso Alberto Re, che ha 71 anni ed era uno degli anziani del paese che a partire da novembre iniziavano ad allestire il presepe. «Insieme a Giovanni Bertacca davamo il via ai preparativi dopo le feste di Ognissanti – racconta –. Attendevamo con gioia quel momento». A Re e a Bertacca e ad altri volontari spettava il compito di realizzare le casette di legno, costruite con la corteccia delle piante, e il laghetto, scavato nel prato vicino alla cascina che ospita la rappresentazione dal 2005. E l'anno prossimo? «Purtroppo non ci sono altri posti disponibili, perché il presepe richiede spazi ampi – conclude Bertacca –.È molto probabile che si interrompa una lunga tradizione». Stefania Prato