POLITICA PAROLE E FATTI
di CLAUDIO GIUA Qualche settimana fa l'Associated Press, che è la più importante agenzia giornalistica del mondo, ha aggiornato lo "Stylebook", il compendio di indicazioni alle quali devono attenersi i suoi redattori. Ha fatto discutere soprattutto la decisione di vietare l'uso della parola "omofobia" al posto della più esplicita, seppur meno forbita, "anti-gay". Alle richieste di spiegazioni, i vertici della AP hanno risposto che il suffisso "fobia" fa pensare a una malattia, mentre chi discrimina gli omosessuali non è affatto malato. È un razzista. Quindi, meglio definirlo per quello che è: nemico dei gay. L'episodio è marginale, ma illustra bene l'ossessione un po' anglosassone e molto protestante per le ambiguità che vanno evitate o, se ci sono, eliminate. Di cui è diretta emanazione un'altra istituzione del giornalismo americano e britannico (quello di qualità, s'intende): il fact checking, la verifica della veridicità dei fatti raccontati. Un tempo, quando i quotidiani e le riviste potevano permettersele, di fatto coesistevano una redazione che seguiva e resocontava ogni vicenda e un'altra di eguale o superiore consistenza numerica che controllava che quanto finiva in pagina o in tv non fosse frutto di fantasia o manipolazione. Nei paesi di tradizione cattolica - nessuno s'offenda - dove le soluzioni politiche e sociali sono quasi sempre compromessi, la ricerca della verità giornalistica e persino storica non ha mai goduto di altrettanta considerazione. Per propria natura, il compromesso non si presta a essere verificato ma è comunque responsabilità nostra, dei giornalisti italiani, se quando politici, imprenditori, sindacalisti, intellettuali raccontano una palla, raramente sappiamo contestarla. Fin qui il mea culpa di categoria. Da cittadino, invece, dico che sento montare - in me stesso e nelle persone che frequento - il bisogno di chiarezza e la voglia di andare d'ora in poi a capire se le promesse e le versioni di chi ci governa coincidono con la realtà. Faccio qualche esempio. Da un anno il Pdl vota convintamente a favore dei provvedimenti presi dal governo, ora sostiene che tutto quanto proposto da Monti è sbagliato: quando dice bugie, prima o poi? Bersani vince le primarie del PD ma Renzi dimostra che il 40 per cento degli elettori di centrosinistra sta dalla sua parte: se il segretario non facesse sul serio ogni sforzo per coinvolgere i due quinti renziani nell'imminente battaglia elettorale, che peso daremmo a quanto proclamato la sera del trionfo? Beppe Grillo organizza una buffonata definita "parlamentarie" che, senza alcun controllo, piazza in cima alle liste elettorali alcuni signori Nessuno: ma non si sono sempre definiti, lui e Casaleggio, gli unici paladini della trasparenza? Ci vorrebbero un canale tv e un giornale che, finanziati dalle donazioni della comunità (mica soldi pubblici, per carità, ché poi se li intascano Verdini e Lavitola), riproponessero in grande quella piccola rubrica di Report di Milena Gabanelli che va a controllare, a distanza di anni, se quanto asserito in trasmissione è accaduto oppure no. Guardando al passato, vorrei sapere delle promesse alla Berlusconi («abolirò il bollo auto»), dei proclami dei sindaci («la nuova linea metropolitana di Roma sarà pronta tra cinque anni»), della favole alla Formigoni («il sistema sanitario lombardo è il migliore d'Europa»: di certo è quello che gonfiava i portafogli dei suoi amici). Rispetto a un tempo, le memorie digitali facilitano queste imprese. Nell'attesa che qualcuno si attivi dovremmo, nei due mesi che ci separano dal voto di febbraio, registrare e appuntare quanto i candidati diranno in ogni occasione e schedarlo in un database. Poi, tra uno due tre quattro anni, chiederne pubblicamente ragione. Così, per cominciare a fare chiarezza. @claudiogiua ©RIPRODUZIONE RISERVATA