Dai tartufi al pane Così gli "agropirati" fatturano miliardi

di Annalisa D'Aprile wROMA Due pepite di tartufo nero, ma solo una è del pregiato tubero. L'altra un'imitazione, o meglio un altro fungo, il tuber uncinatum, spacciato per tuber melanosporum. Il tartufo tarocco costa 300 euro, l'altro, quello vero, almeno 1.200. Solo guardandoli uno accanto all'altro si riescono a cogliere le differenze, a volte sfumature: il melanosporum ha la gleba leggermente più liscia dell'uncinatum. Il test su uno dei prodotti più pregiati del nostro made in Italy fa parte di una dimostrazione degli uomini del Corpo forestale dello Stato, promotori dell'iniziativa «Vero o falso: come difendersi dalle agropiraterie». L'export agroalimentare italiano vale qualcosa come 24 miliardi di euro, secondo in termini di fatturato solo al settore metalmeccanico. A livello europeo il nostro Paese contribuisce con il 13 per cento della produzione agricola totale. «È per questo - spiega il Cfs - che i prodotti del cibo italiano sono spesso oggetto di falsificazioni, sofisticazioni, contraffazione e ingannevole utilizzo dell'origine geografica». Restando sui funghi ad esempio, l'ultimo fenomeno scoperto nel 2011 dai forestali è quello dell'ingresso in Italia di un tubero cinese (anche questo spacciato nelle etichette per tartufo nero) mescolato con salse e aromatizzato con odori sintetici, cioè chimici. Sul web invece, è possibile comprare un kit per prodursi il prosecco, finte bollicine che poi vengono spacciate per vere bollicine veneto-friulane. Ma i fabbricanti di cibi tarocchi non risparmiano davvero nessun alimento: gli ultimi blitz del Cfs hanno portato al sequestro di funghi con falso marchio Made in Italy a Potenza; di quattro quintali di formaggi e insaccati contraffatti, a Brescia, di porchetta di Ariccia con finto marchio Igp a Roma, di otto tonnellate di prodotti ittici a Napoli e Caserta; di, 3.500 litri di falso olio extravergine di oliva Dop a Foggia e ancora di 700 litri con etichettatura contraffatta a Napoli; di 2.000 etichette falsificate di cipolle rosse di Tropea a Vibo Valentia. Perfino un prodotto a basso ricarico come il pane di Matera (Basilicata) è finito nella lista dei falsificatori di alimenti. Secondo l'ultimo rapporto aggiornato della Forestale, nei primi nove mesi del 2012 i reati agroalimentari accertati sono aumentati rispetto allo stesso periodo del 2011 del 26,3 per cento passando da 76 a 95. Sotto la lente degli investigatori regioni quali Piemonte, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Mentre i settori di produzione che più fanno gola ai taroccatori sono quelli di origine e indicazione geografica protetti, come il vitivinicolo, l'oleario e il lattiero caseario. Il valore di questo fenomeno illegale ammonta ad alcune decine di miliardi di euro l'anno. ©RIPRODUZIONE RISERVATA