Il commissario Ferrari e il rubino di San Siro

«Come fu», il nuovo giallo storico di Mino Milani, in libreria da giovedì scorso, verrà presentato domenica 16 dicembre (ore 11) nel salone Teresiano della Biblioteca Universitaria di Pavia, in Strada Nuova. Converseranno con l'autore il professor Arturo Colombo e Simona Viciani; quindi Matilde Oppizzi suonerà alla chitarra «El Decameron Negro» di Leo Brouwer, «Sonatina» di Federico Morreno Torroba e «Tango en skay» di Roland Dyens. Il grande scrittore pavese, domenica 9, giorno della festa di San Siro, sarà alla libreria Feltrinelli di via XX Settembre (ore 18) per salutare i suoi lettori e firmare copie di «Come fu» e di »Storia di Tundra», biografia-verità del comandante partigiano Tiziano Marchesi, pubblicata sempre con Effigie edizioni. di Roberto Lodigiani wPAVIA Chi ha sfilato dalla mano scheletrica del patrono il preziosissimo rubino birmano, sostituendolo con un volgare pezzo di vetro? La nuova indagine del commissario della Imperial regia polizia austroungarica Melchiorre Ferrari comincia nella cripta del Duomo che custodisce le spoglie del santo. Con un solo indizio concreto: il testo di una lettera postuma del canonico Scorbati, ex soldato di ventura della Legione straniera, morto per cause naturali. Per risolvere il caso, il nostro poliziotto dovrà fronteggiare con astuzia la signora Biancardi in Sharebean, donna misteriosa e affascinante. Mino Milani, in Come fu (Effigie edizioni), il suo nuovo libro di San Siro, torna al giallo storico e a una delle sue ambientazioni preferite, la Pavia asburgica di metà Ottocento, una città di soli 26mila abitanti, non ancora deturpata da asfalto e cemento. Una Pavia ormai lontanissima da quella attuale, nella quale l'autore fatica sempre più a riconoscersi. «Sì, la Pavia di adesso mi sembra scialba e incolore, senza un'anima che la distingua da tante altre. Penso alle vecchie case dove vivevano i veri pavesi, ora trasformate in case di lusso per ricchi e professori universitari. Per trovare la vera Pavia, devi andare al Vallone o in certe parti, non tutte, del borgo». Distrutte le antiche mura spagnole, la canonica della chiesa romanica di San Primo minacciata da un parcheggio, come pure piazzetta Cavagneria; il mattone che assedia via Langosco e gli orti di Santa Clara. Ci sono tanti motivi per guardare con disincanto al presente. E allora meglio rifugiarsi nel passato, in un'epoca in cui l'acqua del Ticino scorreva limpida e si poteva bere. L'epoca del commissario Ferrari, claudicante, non bello nè muscoloso, archetipo dell'antieroe. Un personaggio di pura fantasia? «Non proprio. In realtà un Melchiorre Ferrari è esistito davvero, era il bisnonno del dottor Baldassarre Ferrari, vicedirettore del Forlanini, che mi parlò di questo suo avo poliziotto. Ferrari è un uomo che crede nel suo lavoro e nella legge, uno che cerca di agire sempre con la ragione, mai con la prevaricazione». Fedele agli Asburgo? «Più che altro fedele all'autorità. Lui spiega che finchè prende lo stipendio dallo Stato, di questo Stato deve essere fedele servitore». Ruolo difficile per un italiano, nella Pavia asburgica percorsa da fermenti mazziniani e risorgimentali. «Il commissario si barcamena tenendosi fuori dalle indagini politiche. Lui sa chi sono i mazziniani, ma si disinteressa di loro. E' comunque un patriota che non tocca la politica. Dopo il 1859, e la proclamazione del Regno d'Italia, si dimette dalla polizia ma lo richiamano e diventa questore di Pavia». Prima, però, risolve il caso del gioiello di San Siro. «Almeno ci prova. Diciamo che per puro caso Ferrari viene a scoprire questo vecchio prelato, il canonico Scorbati, che è un ex legionario convertito, esperto di oggetti preziosi. E' lui che gli insinua il sospetto che l'anello portato al dito da San Siro, le cui spoglie allora erano conservate nei sotterranei del Duomo, quando ancora c'erano le cattedrali romaniche di Santo Stefano e Santa Maria, sia un rubino di inestimabile valore e non un banale vetro. Ferrari va a controllare e scopre che il gioiello non brilla più. Si rivolge allora a un gemmologo dell'Università che gli spiega che è impossibile che un rubino non brilli». Poi spunta la dama misteriosa. «Ferrari individua l'autrice del furto in questa strana donna, metà pavese, metà americana, che ha sposato un miliardario di Boston grande commerciante di pietre preziose. Ma non sveliamo il finale». Progetti futuri? «Quest'anno sono stato molto preso dal Patatrac». Un altro romanzo? «No, è proprio un libro di storia. Racconta la vicenda inedita della sommossa della brigata di fanteria Modena, a Pavia e Piacenza, nel 1860. L'unico ammutinamento nella storia del regio esercito. A Pavia ci sono tre morti e vengono pronunciate 9 condanne a morte, l'unica eseguita è quella del povero caporale Barsanti».