Condannati Neri e Chiriaco
dall'inviato Maria Fiore w MILANO Una sentenza che sembra dire, anche a chi non ci ha mai creduto, che la mafia in Lombardia esiste e fa affari con la complicità di imprenditori e di rappresentanti delle istituzioni. Il collegio dei giudici di Milano, dopo tre giorni di camera di consiglio, ha deciso 430 anni di carcere per 41 imputati e quasi 7 milioni di euro di risarcimenti alle parti civili. Tre sole assoluzioni nel processo dell'inchiesta "Infinito", durato due anni, si oppongono alla valanga di condanne che ha travolto anche l'ex direttore sanitario dell'Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, e l'avvocato pavese Pino Neri. Per Chiriaco il collegio presieduto da Maria Luisa Balzarotti e composto anche dai giudici a latere Vincenzina Greco e Marialilia Speretta, si è pronunciato con un verdetto di condanna a 13 anni di carcere: 11 anni per l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e 2 per la contestazione di turbativa d'asta e intestazione fittizia di beni. Un anno in meno rispetto ai 14 anni chiesti dal pubblico ministero Alessandra Dolci. Per l'ex direttore sanitario dell'Asl, che ieri non era in aula per la lettura della sentenza, è stata decisa anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici. In altre parole, non potrà più ricoprire un incarico pubblico. Inoltre, i giudici, una volta espiata la pena, hanno disposto per Chiriaco anche 3 anni di libertà vigilata. L'ex manager dell'Asl è stato comunque assolto per due capi di imputazione, relativi ai beni dell'immobiliare Bivio Vela e della Tecnogest. Non ci sarebbe stata nessuna intestazione fittizia degli immobili, che quindi vengono restituiti ai proprietari. «Sono amareggiato, perché pensavo di avere convinto il collegio della mia innocenza, ma sono convinto che prima o poi la verità verrà a galla», ha detto Chiriaco per telefono al suo legale, l'avvocato Oliviero Mazza. Intanto, però, i giudici di primo grado hanno creduto all'ipotesi dell'accusa. E cioè che l'ex direttore sanitario dell'Asl di Pavia, intrecciando rapporti con presunti boss, avrebbe accettato di essere parte di quel "capitale sociale" di cui le organizzazioni mafiose hanno bisogno per espandersi. E quindi, per i giudici, avrebbe finito con il favorire la 'ndrangheta. Delle amicizie "pericolose" di Chiriaco si era peraltro già parlato in occasione del processo del 1995: l'imputato era stato condannato in primo grado a 2 anni e 2 mesi per una presunta estorsione commessa con esponenti del clan dei Valle. La condanna era rimbalzata due volte tra conferme e annullamenti in Cassazione, e poi era stata cancellata dalla prescrizione. Se a Chiriaco, in questo processo, veniva "rimproverato" di avere dato una mano alla mafia, all'avvocato tributarista di Pavia Pino Neri (che ieri non era in aula per problemi di salute) veniva contestato di averne fatto parte direttamente. Anzi, di essere stato l'anello di collegamento tra la Lombardia e la casa madre calabrese, che lo aveva investito del compito di traghettare l'organizzazione al Nord verso una nuova fase dopo l'omicidio di Carmelo Novella. A riprova di questo ruolo, secondo l'accusa, ci sarebbe il discorso che Pino Neri tenne nel 2009 al circolo Arci di Paderno Dugnano, alla presenza di presunti 'ndranghetisti. Per l'accusa di associazione mafiosa, i giudici ieri hanno giudicato Neri colpevole, condannandolo a 18 anni di carcere e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Il pubblico ministero Dolci aveva chiesto 20 anni di carcere. Anche per Neri, dopo l'espiazione della pena, sono previsti altri 3 anni di libertà vigilata. «Non mi preoccupa tanto la condanna in sé, che è comunque del tutto spropositata, ma sono molto dispiaciuto perché questa sentenza potrebbe spingere le persone che non mi conoscono ad avere un'immagine di me che non corrisponde alla realtà»: Pino Neri, ai domiciliari nella sua casa di Travacò Siccomario, lo ha detto al suo legale, l'avvocato Roberto Rallo, qualche minuto dopo la lettura della sentenza. Neri si dice ancora più «amareggiato» per il fatto che in aula «non è emersa alcuna prova della presenza di una "locale" di 'ndrangheta a Pavia». E la cena a Paderno Dugnano? «Niente a che vedere con la 'ndrangheta – risponde il difensore Rallo –. Si è voluto processare un'organizzazione che ha le caratteristiche di una massoneria plebea ma non quelle di un'associazione mafiosa». @mariafiore3 ©RIPRODUZIONE RISERVATA