«Il Comune ci ridia 430mila euro»

di Fabrizio Merli w PAVIA Una causa legale da mezzo milione di euro contrappone il Comune di Pavia alla società immobiliare di Giuseppe Romeo che ha costruito il complesso Parva Urbi in viale Brambilla. Il Tar della Lombardia ha già dato ragione all'immobiliare e adesso la giunta ha deciso di impugnare la sentenza dei giudici milanesi davanti al Consiglio di Stato. La controversia risale al 12 ottobre 2010. Due anni prima, nel 2008, il sindaco Piera Capitelli, con fascia tricolore, taglia il nastro dell'edificio che ospiterà "Casa Fanny", la residenza per i genitori di giovani ammalati di leucemia. Ma dentro a Parva Urbi c'è anche altro. Ci sono tre piani interrati destinati a parcheggi, un piano terra a destinazione artigianale e produttiva e poi un residence con 92 appartamenti, tra monolocali, bilocali e trilocali. Il 12 ottobre 2010, dunque, viene notificato al Comune di Pavia un ricorso al Tar da parte della società immobiliare di Romeo. La ditta chiede la restituzione di una somma, 430.756 euro, pagata a titolo di onere di urbanizzazione e che secondo i legali del costruttore non sarebbe stata dovuta. La causa si gioca tutta sul significato da attribuire a quattro gruppi di scale e una serie di corridoi. Secondo l'immobiliare, tali aree sono da considerarsi di uso comune e quindi non devono essere conteggiate nella superficie lorda pavimentabile, cioè l'area sulla quale vengono calcolati gli oneri di urbanizzazione che ciascun costruttore deve pagare al Comune. Si tratta di una superficie di 1320 metri quadrati. Di fronte alla citazione in giudizio, la giunta decide di opporsi alla richiesta di denaro. Secondo l'interpretazione dei tecnici comunali, infatti, la finalità turistico-ricettiva del complesso edilizio impedirebbe di considerare i corridoi e le scale come parti comuni. Si tratterebbe, invece, di «spazi di relazione e socializzazione» e in quanto tali soggetti al pagamento degli oneri. Il Tar della Lombardia si esprime il 2 ottobre 2012 e accoglie la versione dell'immobiliare. Quei corridoi e quelle scale sono parti comuni e non possono valere ai fini del calcolo degli oneri; di conseguenza il Comune deve restituire alla società 430.756 euro. L'immobiliare diffida il Comune, lo scorso 21 novembre, a pagare. Ma la giunta decide di impugnare la sentenza di primo grado davanti al Consiglio di Stato. Tutta la vicenda viene riassunta in una delibera pubblica nella quale, forse per un'applicazione estensiva della legge sulla privacy, il complesso edilizio viene indicato come P.U. Nel frattempo, la somma di 430mila euro è stata inserita nell'ultimo assestamento di bilancio. L'assessore Cristina Niutta, che ha illustrato la vicenda ai colleghi, spiega: «Si tratta di una materia nuova, sulla quale non esiste ancora una giurisprudenza consolidata. Quindi ci è sembrato giusto verificare sino in fondo l'interpretazione che era stata data dai nostri uffici».