L'uomo tranquillo che ama le riforme e Papa Giovanni

di VITTORIO EMILIANI Pier Luigi Bersani rappresenta bene una certa idea dell'Italia: è nato a Bettola sull'Appennino piacentino, a più di 1300 metri di altitudine e al suo paese, diviso in due da un torrente, mantiene radici decisamente salde; è laureato in filosofia (a Bologna) e però ama esprimersi per metafore che somigliano ai "ragionamenti" di un saggio popolano come Bertoldo («Se piove, piove per tutti», oppure «Ehi, ragazzi, il maiale non è mica tutto di prosciutti…»); ha una bella voce baritonale che sarebbe adattissima al melodramma verdiano, lui predilige il rock dei Led Zeppelin o quello indigeno di un montanaro delle sue parti, Vasco Rossi, ed è pronto anche a cantare come fece coi Nomadi. Nato nel 1951, da liceale fu uno degli «angeli del fango» accorsi nella Firenze alluvionata a spalare la melma; crede, e lo dice, che occorra recuperare due filoni ideali tradizionali: quello socialista e quello cattolico, tant'è che, dovendo indicare un personaggio di riferimento della storia recente, ha detto pronto: «Papa Giovanni XXIII, uno che sapeva unire la gente più diversa»; laureato con una tesi su San Gregorio Magno, un papa che seppe destreggiarsi con saggezza e coraggio fra Imperiali e Longobardi, è stato per un po' insegnante, poi, entrato in politica, ha fatto la sua brava gavetta: Comunità Montana, Consiglio regionale, assessore, presidente dell'Emilia-Romagna, deputato, ministro, eurodeputato, segretario di partito ed ora candidato-premier per il Pd. A proposito delle sue metafore popolaresche ha spiegato: «A volte mi dicono che sono dialettale, trasandato, ma la politica dev'essere trasparente, facile da capire, non corrompere il sogno in una illusione». Non l'ha detto in un seminario di politica, bensì sul palcoscenico di un teatro insieme al comico Maurizio Crozza che sa imitarlo in modo esilarante, col quale si è confrontato a battute per una mezz'ora buona, ridendo anche molto. Ecco, a Pier Luigi Bersani si possono rivolgere tante critiche. Non lo si può però accusare di non fare con solida serietà il suo mestiere di rappresentante degli elettori, e nel contempo di non accettare il sale dell'ironia. "Amo una politica che si fa prendere in giro, ma che non si fa disprezzare", ha messo in chiaro. Sa insomma fare il ragionamento "alto" di fronte ad una platea nazionale e internazionale e sa parlare "basso", non paludato, semplice, quando si trova fra la gente dalla quale viene. E' rimasto sereno, fino a sembrare sottotono, persino in queste giornate, spesso concitate, di primarie e di ballottaggio con un competitore che è il suo opposto, sempre in maniche di camicia "all'americana", aggressivo, polemico, ciarliero fino all'esibizionismo. Del resto, la storia politica di Bersani è contrassegnata da una forte tensione alle riforme concrete, a misure che liberalizzino la vita di un Paese spesso imprigionato dalle corporazioni e da "gabbie" di privilegi costruite nei secoli. E' stato il solo ministro, sin qui, a proporre, a "lenzuolate", una serie di provvedimenti liberatorii. Tempo fa sono salito su un taxi a Roma (dove tanti tassinari sono di destra) e, dopo qualche chiacchiera, il giovane autista mi ha confidato sorridendo: «Dottò, io so' figlio de Pier Luiggi, de Bersani». Possono dire altrettanto centinaia e centinaia di farmacisti laureati che hanno trovato occupazione nella grande distribuzione e nelle para-farmacie. E se la liberalizzazione delle tariffe elettriche con la creazione di una Borsa dell'elettricità non ha dato i risultati sperati (perché subito i vari gestori si sono accordati), quella dei telefoni cellulari ha prodotto effetti positivi a cascata e l'altra sulla RC Auto ha aperto nuove possibilità per l'utente. Purtroppo, subito dopo, il governo Berlusconi ha pensato bene di chiudere tanti varchi e tante opportunità ricreando la crosta corporativa. Se guiderà il governo del dopo-Monti, c'è da giurare che Bersani riprenderà con più incisività la strategia delle liberalizzazioni (che per ora non rivela, altrimenti l'effetto può svanire) col duplice fine di liberare il Paese da una vera e propria camicia di forza corporativa e di creare lavoro per i giovani oggi esclusi o condannati ad un lunghissimo precariato. Crede ad un sindacato moderno e agguerrito, competitivo e insieme responsabile. Ricorda spesso, divertito, lo sciopero che organizzò fra i chierichetti della parrocchia di Bettola per ottenere le mance che loro spettavano. Nel rivedere in tv il vecchio parroco, si è emozionato e commosso come un ragazzo. Cresciuto, figlio di un benzinaio, in un paese dell'Appennino emiliano dove la Dc era il partito egemone, venne presto chiamato la "primula rossa" per il suo isolato impegno a sinistra. Insomma, è un "uomo tranquillo", con una famiglia tranquilla, solido, serio, sicuro, uno di quelli che non si spaventano per poco, che, anzi, sanno sempre tenere i nervi ben saldi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA