COSÌ L'ITALIA PROVA A REDIMERSI

di ANDREA IANNUZZI L'ultima fra le tante pagelle globali, che ri-classificano il primo, il secondo e il terzo mondo sulla base del livello di digitalizzazione, colloca l'Italia a metà del guado, con un punteggio poco sopra la sufficienza ma ancora lontana dalle tigri della cosiddetta Ict (Information and communication technology), cioè Corea del Sud, Danimarca, Svezia, Islanda e Regno Unito. Soprattutto, secondo l'analisi dell'e-Intensity index curata da Boston Consulting Group, l'Italia resta sostanzialmente ferma rispetto alle rilevazioni 2011, a fronte di notevoli progressi compiuti per esempio dai Bric (specialmente Brasile, Russia e Cina) e dalle repubbliche baltiche (Lituania, Estonia, Lettonia). Per non scivolare nella parte bassa della classifica e per cercare di recuperare il tempo perduto, il governo Monti si è impegnato nel corso del 2012 ad adottare l'Agenda digitale, così come previsto dagli accordi presi in sede di Commissione europea nel 2010. E anche se non mancano le critiche (come spiega Ernesto Belisario nell'intervista qui a fianco), i risultati dello sforzo si sono concretizzati nel decreto legge del 4 ottobre scorso, il cosiddetto Decreto crescita 2.0. In quel provvedimento – definito dal ministro per lo sviluppo economico Corrado Passera «un insieme di iniziative che disegnano l'Italia che vorremmo» – vengono tracciate le linee guida dell'Agenda digitale, a conclusione di un percorso cominciata a marzo, quando è stata istituita l'Adi, in seguito dotata di una cabina di regia e affiancata dall'Agenzia digitale, che dell'Agenda è, o dovrebbe essere, il braccio operativo. Questa serie di passaggi istituzionali e burocratici, ancora in attesa della ratifica del Parlamento e dei regolamenti tecnici, ha spinto molti tra gli addetti ai lavori ad accogliere con scetticismo e delusione la nascita dell'Agenda, considerato un topolino rispetto alla montagna di aspettative che l'aveva preceduta e sollecitata. Nel dettaglio, l'Agenda indica una serie di misure e traguardi che la pubblica amministrazione italiana dovrà raggiungere per migliorare la qualità della vita (digitale, ma non solo) dei cittadini e delle imprese, in un paese nel quale l'economia digitale rappresenta solo il quattro per cento del Prodotto interno lordo. Si va dal documento d'identità digitale unificato, che terrà insieme carta d'identità, tessera sanitaria e via via tutti quelli che attualmente riempiono i nostri portafogli, al cosiddetto open government, che prevede la pubblicazione ma soprattutto la fruibilità da parte di tutti dei dati e delle informazioni delle pubbliche amministrazioni, che dovranno dunque tutte convertirsi agli open data in formati aperti e accessibili. Altre due scommesse sono la banda larga, la cui diffusione in Italia oggi è ancora scarsa e a macchia di leopardo, contribuendo così ad ampliare il divario digitale tra chi può disporre delle informazioni on line grazie alle connessioni veloci e chi invece ne resta escluso per cause indipendenti dalla propria volontà; e la progressiva diffusione della moneta elettronica. Da qualche settimana, l'Agenda digitale può essere identificata con un volto e con un nome, quelli di Agostino Ragosa, nominato dal governo direttore dell'Agenzia. Dopo una lunga esperienza manageriale all'interno del Gruppo Poste italiane, sarà lui a dover guidare la traduzione in pratica – e in innovazione concreta – dei principi enunciati dal decreto istitutivo dell'Agenda. Sapendo che il mondo dell'Ict (tecnologie dell'informazione e della comunicazione) non aspetta e non si lascia ingabbiare dai tempi della politica. @Aiannuzzi ©RIPRODUZIONE RISERVATA