VIA I VELENI E TORNERÀ IL LAVORO
di GIANFRANCO BETTIN Nessuna storia come quella dell'Ilva di Taranto racconta meglio il disastro della politica industriale italiana e le ambiguità e i ritardi della politica ambientale. Sorta dove non avrebbe mai dovuto sorgere, a ridosso di un popoloso quartiere, l'Ilva è stata lasciata libera di produrre, come scrive il giudice delle indagini preliminari di Taranto, un grave avvelenamento del territorio e dei suoi abitanti che ha prodotto, indagini epidemiologiche alla mano, un'incidenza locale di tumori altissima. Questa situazione è durata decenni, sia nella fase in cui l'azienda è stata pubblica, con il nome di Italsider, sia in quella in cui, privatizzata e rinominata Ilva, è divenuta proprietà della famiglia Riva. Solo recentemente, dopo aspri conflitti, sono state assunte iniziative di qualche rilievo, anche se non risolutive, per modificarla, innanzitutto per iniziativa della Regione Puglia e, dopo che la crisi ha assunto gli attuali drammatici contorni, da parte del Ministero dell'Ambiente. E' impressionante leggere nell'ultima ordinanza del Gip di Taranto quali corrività e complicità circondassero l' Ilva, dal ceto politico locale alle gerarchie ecclesiastiche a certo giornalismo. E' stato così molto facile promuovere l'accettazione, rassegnata o incosciente, di quella ingombrante e nociva presenza, descritta come la sola, e in quel modo!, capace di rispondere al bisogno di un lavoro e di un reddito. Si è spremuto un impianto e con esso una città intera fino a quando non è stato impossibile andare oltre e l'intervento della magistratura non si è affiancato a quello di chi, da tempo, invocava un cambiamento radicale. Perfino dopo lo choc della scorsa estate si è praticamente continuato a far finta di nulla. E' esattamente questo l'oggetto del nuovo provvedimento della magistratura tarantina, che ha tra l'altro bloccato l'esportazione dell'acciaio prodotto dopo il 26 luglio, in quanto "prodotto criminoso" (rischiando di paralizzare l'intero settore dell'acciaio nel paese). Il conflitto tra procura e azienda, che si vorrebbe trasformare in un conflitto tra procura e società e sistema industriale italiano, è in realtà l'esito estremo di una politica industriale premoderna, subalterna a imprenditori simili agli arcaici «padroni delle ferriere» e incapace di imporre o di promuovere un'evoluzione sostenibile e perciò solida e competitiva del sistema produttivo italiano (acciaieria compresa) dopo averne perduta, nei decenni scorsi, una grande parte (e spesso la più innovativa, come l'informatica, la chimica avanzata, la farmaceutica e l'elettronica). La questione Ilva, dunque, non si risolverà soltanto a Taranto. E' da Roma che deve giungere una risposta nuova a base di regole e di investimenti straordinari, per Taranto e per tutti quei luoghi che sono stati lasciati avvelenare e spesso oggi vengono lasciati impoverire, senza lavoro e senza prospettive, in un ambiente inquinato e degradato da storie molto simili a quella dell'Ilva. Serve un piano specifico, per l'Ilva e per tutte le altre situazioni analoghe d'Italia, una grande opera che può salvare il lavoro esistente (mettendo in sicurezza o riconvertendo impianti ancora attivi) e creare nuovo lavoro per bonificare e rigenerare territori ora simili a terre desolate o che possono presto diventarlo. Una specie di New Deal, un «green new deal», promosso da una politica finalmente capace di tempestività (cioè di agire puntualmente dentro la crisi) e di lungimiranza (guardando avanti, capace di futuro). ©RIPRODUZIONE RISERVATA