L'intraprendenza pavese vinse il monopolio di Milano
La premiazione delle Imprese Storiche Pavesi si terrà domani a partire dalle 16 nella sala consiliare della Camera di Commercio. Il pomeriggio sarà aperto da un intervento musicale dedicato al primo Seicento (16.15) cui farà seguito il saluto del presidente Giacomo de Ghislanzoni (16.30). Toccherà poi alla relazione del prof. Giovanni Vigo su "La seta a Pavia in età spagnola" (16.45) e alla presentazione della Guida delle Imprese Storiche Pavesi (17). Il pomeriggio verrà concluso dalla cerimonia di premiazione delle quindici imprese pavesi iscritte nel Registro per l'anno 2012. Ecco una sintesi dell'intervento che verrà presentato domani nel corso della cerimonia. di GIOVANNI VIGO* La seconda metà del Cinquecento fu per la Lombardia un periodo di intenso sviluppo. La crescita demografica, la ripresa delle attività manifatturiere, l'espansione dei traffici internazionali, il fasto delle città e l'opulenza dell'agricoltura, giustificavano ampiamente l'appellativo attribuitole da un viaggiatore inglese che nel suo diario l'aveva definita "il vero Paradiso della Cristianità". Non tutte le città parteciparono in ugual misura alla ripresa dell'economia. I centri urbani che vantavano un'antica tradizione manifatturiera impiantarono nuove attività, conquistarono nuove quote di mercato, svilupparono attività commerciali e finanziarie toccando l'apice della loro fortuna verso la fine del secolo. Pavia, al contrario, non riuscì a rivitalizzare le antiche produzioni ormai decadute come la lavorazione della lana, né a promuovere nuove attività per ritornare alla prosperità quattrocentesca. Non che mancasse lo spirito di iniziativa necessario per cogliere le opportunità offerte dalla congiuntura favorevole. La più audace fu il nuovo tentativo di impiantare anche a Pavia la lavorazione della seta. Nel secolo precedente il lanificio aveva incominciato a emigrare verso i centri minori e fu necessario trovare un'alternativa agli artigiani che perdevano il loro lavoro. La seta sembrava l'alternativa ideale. Nel 1474 un ricco mercante chiese alle autorità pavesi una serie di esenzioni fiscali e di privilegi per impiantare la lavorazione della seta in città. Le richieste furono prontamente accolte. Ma il Consiglio generale non aveva fatto i conti con Milano ben decisa a conservare il monopolio della redditizia lavorazione serica. Il governo, allineandosi all'auspicio dei mercanti milanesi, negò l'autorizzazione. Chi voleva far fortuna con il setificio doveva perciò stabilirsi nella capitale. E i pavesi più intraprendenti non esitarono a scegliere questa strada. Nel 1547 la città ticinese ritornò alla carica chiedendo al governo l'autorizzazione a richiamare sulle rive del Ticino Marco Antonio Strada e associati che avevano impiantato la loro attività a Milano. La risposta dei milanesi non si fece attendere. "Pavia - scrivevano con un punta di veleno - se dovrebbe contentare de l'honore et utilità quale sente del Studio publico et facultà de dottorare, et non doveria pensare de atrahere in sé né appropriarse le cose particularmente introdutte in questa città". Questa volta la difesa della capitale non ebbe successo forse perché il cardinale di Granvelle, che si sentiva legato a Pavia come ad una seconda patria avendo studiato nell'Ateneo ticinese, intervenne presso il governatore spagnolo per assecondare le aspirazioni della città. Nel 1549 furono impiantati a Pavia i primi telai; l'anno dopo la gamma dei tessuti che uscivano dalle sue botteghe aveva già raggiunto una discreta varietà; negli anni successivi si aggiunsero numerosi tessitori. Il setificio pavese non poteva competere, per la qualità dei prodotti, con Milano, ma rappresentava in ogni caso la spina dorsale della manifattura cittadina. Secondo un libro d'estimo del 1602 assicurava il pane ad un migliaio di persone. Tuttavia di lì a qualche decennio anche questa lavorazione incominciò a declinare. Nel 1615 si contavano 61 tessitori; all'inizio del 1630 se ne contavano 50; l'anno dopo, a causa della peste, ne erano rimasti una ventina. Nel 1640 il loro numero era salito a 28, ma si trattò di un fuoco di paglia. Nell'arco di un decennio si ridussero a una quindicina e nella seconda metà del secolo oscillarono sempre intorno alla decina per scendere a poche unità negli anni tormentati che segnarono il tramonto del dominio spagnolo. *docente al Dipartimento di Studi Umanistici dell'Università di Pavia