IL folk DEGLI AUGUSTICI

PAVIA C'è un filo che congiunge la via Emilia al west, un filo che corre lungo quel fiume fangoso che non è il Mississippi ma il Po: un filo fatto di suoni, ma soprattutto di storie. A raccontarcele sono gli Augustici, gruppo folk pavese composto da Edoardo Faravelli (fisarmonica, banjo, mandolino), Giuseppe Mascherpa (chitarra e voce), Chiara Prati (violino), Paolo Pagetti (bodhran, cajón e altri rumori) e Davide Renzi (chitarra e voce), che questa sera a Spaziomusica presenteranno il loro primo disco, "Signora Pianura". Ce ne parla il cantante Giuseppe Mascherpa. «Partiamo dal nome: Augustici. Nasce dalla fusione di "acustici" e di Augusto, nel senso di Augusto Daolio, indimenticato cantante dei Nomadi. Quando nel marzo del 2008 i nostri amici della Corte dei Miracoli tennero un concerto al Teatro dei Tamburi di Novellara, paese natale di Daolio, io e Edoardo Faravelli non ci lasciammo sfuggire l'occasione di preparare un piccolo tributo acustico ad Augusto, un grande uomo di cui ci hanno sempre colpito – oltre alla formidabile voce – la genuinità, la schiettezza e il profondo attaccamento a una terra che poi è anche la nostra. Arrangiammo con chitarra e fisarmonica alcune sue canzoni, e le proponemmo in apertura del concerto». Grande protagonista del disco è la pianura padana, che nelle vostre canzoni prende il sapore di un luogo mitico. « Il nostro sguardo sulla pianura è la descrizione, forse un po' fuori dal tempo e dallo spazio, del luogo dei nostri affetti, un luogo fisico che diventa un luogo dell'anima: parliamo della terra che ci ha cresciuto e formato con i suoi paesaggi, la sua gente, le sue storie, e anche dei sentimenti che ci legano ad essa, positivi o negativi che siano. La nostra "Signora Pianura" è una specie di madre che forse non èperfetta, anche se in un angolino cova sempre il dubbio che in fondo lo sia». Perché cantare in dialetto? E quale dialetto? «Nelle canzoni del disco utilizziamo, almeno nelle intenzioni, tre diversi dialetti: il milanese settecentesco della canzone "I lader", il pavese cittadino del "Pògia", l'oltrepadano della "Crava Ciciumbèla" e del "Leggendario bisonte americano". Purtroppo poi, nel cantato, il mio accento quasi milanese li rende un po' tutti simili… Direi che la scelta del dialetto è dovuta al fatto che certe storie, specialmente quelle che emergono dal profondo di questa pianura un po' mitica, le puoi raccontare soltanto con la voce dei loro protagonisti, o di chi te le ha narrate per la prima volta, e cioè in dialetto: per fare un esempio, i tre ladri milanesi, il Pògia o il bisonte americano trapiantato da piccolo in Oltrepo non potrebbero certo parlare in italiano. Quella lingua è riservata ai brani più lirici e personali del disco, quelli che, più che scaturire quasi di prepotenza dal ventre della pianura, vengono dalla decantazione di ricordi, immagini e sentimenti depositati in ciascuno di noi». Da dove vengono le storie che raccontate? «Sono la rielaborazione dei racconti di nonni e genitori, o delle chiacchiere di paese. Queste storie sono nate in tempi diversi e poi si sono amalgamate molto bene tra di loro. Vorremmo raccontarle tutte, ne citiamo soltanto due: quella della demoniaca crava ciciumbèla, lo spauracchio – una specie di uomo nero – dei bambini dell'Oltrepo, e quella dei Lader, che una notte di trecento anni fa tentarono un furto in una chiesa della Bassa, ma furono messi in fuga dai morti resuscitati…» Raffaele Guazzone