LA PARTITA A SCACCHI DELL'EGITTO
di RENZO GUOLO La guerra continua a Gaza. L'Egitto guidato dai Fratelli Musulmani cerca una mediazione tra Hamas e Israele. Non è un compito facile quello del Cairo. Da un lato l'empatia della Fratellanza, al governo in Egitto, e di grande parte dell'opinione pubblica con i palestinesi; dall'altro, la necessità di non guastare i rapporti con gli Stati Uniti. Il precipitare della crisi, simboleggiato dalla possibile invasione di terra israeliana, metterebbe in discussione la strategia del Cairo: non rompere con gli Usa che sono i garanti dell'apertura politica ed economica della comunità internazionale verso un paese, a guida islamista, in forti difficoltà economiche, non raffreddare eccessivamente i rapporti con le forze armate egiziane, nella loro maggioranza ostili a Hamas, mantenere un ceto grado di solidarietà con i confratelli sotto tiro di Israele. Per siglare una tregua lunga Hamas chiede la fine dei raid e del lungo blocco di Gaza, oltre che la garanzia internazionale che Israele, a sua volta determinato a ottenere la fine di ogni attacco verso il suo territorio, rispetti tali impegni. Sono richieste politicamente forti. Del resto , quattro anni dopo "Piombo fuso", il movimento islamista palestinese vive con diverso stato d'animo la prospettiva di una nuovo, drammatico, conflitto. Allora aveva a fianco Iran, Siria e Hezbollah, oggi che i rapporti con la Siria di Assad, nemica della Fratellanza locale, sono congelati, sa non solo di non essere abbandonato dall'Iran ma di contare sull'appoggio di storici alleati degli Stati Uniti come l'Egitto, il Qatar, la Turchia. Il mutamento geopolitico indotto dalle primavere ha cambiato il quadro regionale a vantaggio di Hamas. Certo, il governo del Cairo avrebbe evitato volentieri una crisi che, in nome della solidarietà politica e religiosa, rischia di schiacciarlo sulle posizioni di Hamas; ma la comunanza ideologica e religiosa e il valore simbolico del conflitto impediscono all'Egitto, come ha ricordato Morsi, di lasciare da sola Gaza. Sulla scelta ha inciso anche la pressione dei salafiti che invocano la denuncia del trattato di Camp David e sottopongono la Fratellanza alla concorrenza nel bacino dell'islam politico. Hamas sa che non può pensare a una vittoria militare: nonostante i razzi forniti dagli iraniani giungano alle porte di Tel Aviv e della città santa di Gerusalemme, paradossalmente cristallizzata da quei lanci nel suo status di capitale del Nemico, il divario nei rapporti di forza è incolmabile. Ma, resistendo fino a quando la pressione internazionale imponga a Israele, come nel 2008, di fermarsi prima di decapitare il suo potere nella Striscia, punta alla vittoria politica. In Medioriente, infatti, la vittoria non è quasi mai quella dei vincitori apparenti ma di chi impedisce che il vincente lo diventi in maniera assoluta complicandogli la gestione delle conseguenze del conflitto. Un attacco di terra israeliano metterebbe a rischio anche le già critiche relazioni israeliane con l'Egitto. Prospettiva che gli americani vorrebbero scongiurare. Quanto a Netanyahu vuole far capire a Morsi che l'atteggiamento verso Hamas è la cartina di tornasole nei rapporti tra i due paesi. Un doppio test teso a verificare sin dove si può spingere, e a che prezzo, l'appoggio egiziano al movimento palestinese. Al contempo Israele verifica anche la temperatura delle sue relazioni con gli Usa, oggi piuttosto fredde. E' noto che Obama e Netanyahu non si amano ma oggi cominciano a divaricarsi anche gli interessi strategici. Un tassello decisivo, quello della verifica su Usa e Egitto, da parte israeliana. Anche in previsione di un conflitto regionale a effetto domino, che potrebbe innescarsi dalla questione del nucleare iraniano, dalla crisi siriana o da un incidente libanese. Il tutto mentre si decompone ulteriormente la leadership dell'Anp, incapace di uscire dal fortino della West Bank, se non inseguendo Hamas sul terreno dell'obbligata unità nazionale contro la "guerra di aggressione". La radicalizzazione del conflitto, dunque, semplifica il campo: in quello palestinese gioca ormai solo Hamas. Con soddisfazione della destra israeliana, candidata a vincere le elezioni politiche sull'onda della linea dura a Gaza, che non ha mai creduto a quella soluzione dei "due Stati", invocata da una diplomazia internazionale che appare sempre più impotente. ©RIPRODUZIONE RISERVATA