Il bimbo di 10 anni trasferito in chirurgia

PAVIA Dal letto di Rianimazione II a una camera di Chirurgia pediatrica del San Matteo per ricomporre una brutta frattura. Giuseppe, il bambino di dieci anni precipitato dal balcone della casa in cui vive con i genitori alla periferia della città, non è ancora fuori pericolo. Ma ieri era cosciente, ha parlato con i medici, ha anche chiesto di poter mangiare. Accanto a lui, come angeli custodi, la mamma e il papà. Le sue condizioni tuttavia restano molto serie e forse oltre che sul suo fisico si dovrà lavorare anche sulla sua psiche, capire cosa possa aver spinto un bambino - seppur provato da una malattia che non ha una cura definitiva - a fare un gesto così grave. Un bambino di soli 10 anni inciampato troppo presto nella malattia invalidante che l'ha messo quotidianamente a dura prova con il suo corpo e con le relazioni sociali. «La malattia è un errore a tutte le età – riflette il professor Pierluigi Politi, responsabile del servizio di assistenza psichiatrica all'interno del San Matteo che parla della sua esperienza in clinica ma non fa riferimento al caso di Giuseppe –. E' una crepa dell'esistenza. Il problema del rapporto con il bambino semmai e nostro, degli adulti. Perché è molto difficile trattarlo per quello che è. Si corre il rischio di infantilizzarlo o di adultizzarlo. Lavorare sul feedback è difficile anche per un adulto». E gli adulti sono un filtro cruciale per il bambino. «Le figure attraverso cui passa quello che si può dire, e soprattutto come lo si può dire, al bambino – spiega ancora Luigi Politi, professore associato di Psichiatria all'Università di Pavia –. I bambini ad ogni modo hanno potenti antenne e ce ne accorgiamo da situazioni anche meno complicate ed estreme. Il problema è riuscire a trovare la lunghezza d'onda giusta per comunicare con loro». (m.g.p.)