Solenghi: « Dopo il Trio vi faccio ridere con Ruzante»

STRADELLA Tullio Solenghi interpreta il personaggio di Ruzante nella "Moscheta" prodotta dal Teatro Stabile di Genova, per la regia di Marco Sciaccaluga (adattamento di Gianfranco De Bosio), in scena al Teatro Sociale questa sera alle 21, e in replica domani alla medesima ora (informazioni e prenotazioni biglietti, da 27 a 12 euro, al numero 333.1988689, dalle 14 alle 20). Scritto da Angelo Beolco detto Ruzante (1496. – 1542) nei primi decenni del Cinquecento, "Moscheta" è un classico del teatro italiano che, con libertà e forza inventiva paragonabili solo a quelle della quasi contemporanea "Mandragola" di Machiavelli (scritta tra il 1515 e il 1520 circa), affronta temi di grande attualità - la guerra tra spagnoli e francesi per il controllo del territorio sullo sfondo - e situazioni sessualmente esplicite - il trio maschile formato da Ruzante, Menato e Tonin che tentano di conquistare la bella Betìa – disegnando con straordinaria evidenza comica, comportamenti e psicologie di personaggi indelebili nella tradizione della commedia. Tullio Solenghi sarà affiancato in scena da Maurizio Lastrico (Menato), con Barbara Moselli (Betìa) ed Enzo Paci (Tonin), attori del Teatro Stabile di Genovai. Solenghi, ancora oggi "Moscheta" conserva la sua comicità e la sua attualità. Cosa la rende un classico? «Le tematiche eterne, prime fra tutte la sessuomania e la predominanza dell'uomo sulla donna, e poi la forza linguistica e la libertà espressiva di Ruzante autore, che sposa il divertimento popolare con la raffinatezza culturale del Rinascimento padano. E' una comicità antica che nasce dal contrasto di due mondi opposti e dove il mondo contadino, rozzo e sensuale, è comunque migliore di quello affettato e ingannatore della città, nella quale trionfa la lingua "moscheta"». Cos'è la moscheta? «Nelle intenzioni di Ruzante era un parlare un po' sofisticato, non aderente alla vulgata contadina, un misto di "spagnaruolo e napolitan", che appartiene ai furbi e agli imbroglioni. E' la lingua usata dal Ruzante personaggio per tendere alla moglie il tranello che dovrà svelare se lei gli è fedele, fulcro di tutta la commedia. Nello spettacolo si sente parlare un linguaggio ora dialettale e ora "moscheto", che però in questa nuova messa in scena è reso facilmente comprensibile dal discreto e amorevole adattamento richiesto dallo Stabile genovese a Gianfranco De Bosio, a cui si deve sin dagli anni Cinquanta la riscoperta di Ruzante sui palcoscenici italiani». Da quanto tempo siete in teatro con "Moscheta"? «La commedia ha debuttato a novembre 2011 al Teatro della Corte di Genova con grande successo, e quest'anno l'abbiamo ripreso da una decina di giorni. Siamo reduci da Tiene e dopo Stradella, tra le altre città, saremo anche a Sassari e a Cagliari: sarà curioso vedere come reagiscono i sardi al dialetto padovano. Anche se lo scoglio più temuto era portare la commedia in Veneto, nella terra di Ruzante. Ci chiedevamo come saremmo stati accolti noi genovesi a parlare il dialetto padovano, ma il timore è ampiamente superato, perché dappertutto, Veneto compreso, "Moscheta" sta andando molto bene». Com'è lavorare con Maurizio Lastrico? «Bello, perché ha un notevole talento e in lui rivedo un po' di me agli inizi: anche lui è genovese e anche lui sta cercando di uscire dal guscio dell'anonimato contando solo sulla sua bravura. Ci siamo conosciuti lavorando per Moscheta, ed è stata una piacevole sorpresa. Ma è esaltante anche lavorare con Enzo Paci e Barbara Moselli, una Betìa perfetta». Che ne è stato del Trio, con Massimo Lopez e Anna Marchesini? «Dopo una reunion nel 2008 per festeggiare i 25 anni del nostro spettacolo "Non esiste più la mezza stagione" il nostro arco narrativo insieme si è concluso, ma ci portiamo sempre appresso il fervore di Trio. Non potrebbe essere altrimenti: per 12 anni abbiamo vissuto e convissuto come fratelli e comunque il Trio rimane una cosa attuale». Nel futuro c'è più tv o più teatro? «Intanto dopo 34 anni sono tornato allo Stabile di Genova, da dove sono partito, ora come primo attore. Esattamente quello che volevo, quindi sono un sessantenne felice. Poi magari capiterà di fare ancora qualcosa in tv o al cinema, ma il mio dna è teatrale e se c'è il teatro per me c'è tutto». Marta Pizzocaro