"Latinos", donne giovani e neri incoronano Barack
di Andrea Visconti wNEW YORK L'America conferma Barack Obama alla Casa Bianca per altri quattro anni, e premia i democratici su tutti i fronti. Al Senato il partito di Obama arriva a 56 seggi contro i 44 dei repubblicani, alla Camera si espande il numero di deputati democratici e in molti stati sono passati referendum appoggiati dai democratici. In particolare in Maine e Maryland la maggioranza degli elettori ha approvato il matrimonio fra persone delle stesso sesso. Mitt Romney e i repubblicani, ancora attoniti dalla sorprendente sconfitta sia alla Casa Bianca che al Congresso, incominciano a domandarsi che cosa sia andato terribilmente storto per loro. E la risposta sembra emergere da un elettorato molto diverso da quello che il partito dell'elefante rappresenta. Demograficamente l'America continua a cambiare e il suo volto è diverso perfino da quattro anni fa, quando Obama stravolse le aspettative e divenne il primo presidente afro-americano nella storia degli Stati Uniti. Romney ha stravinto fra i bianchi. Il 59 per cento di loro ha votato per l'ex governatore del Massachusetts che ha ottenuto la più alta percentuale di voto bianco dal 1988 a oggi. Ma a conti fatti questo non è stato sufficiente e continuerà ad essere perdente anche in elezioni future. La percentuale di bianchi infatti è in costante diminuzione. Quattro anni fa era il 74 per cento dell'elettorato, martedì era il 72 per cento. Ma Romney si è fatto male anche con l'industria dell'auto. Soprattutto nell'ultima parte della campagna elettorale, accanendosi contro il salvataggio di Detroit (dove si trovano GM, Chryslert e Ford) voluto da Obama nel 2009. E giocando la carta del possibile trasferimento di intere produzioni di Chrysler e General Motors dagli Stati Uniti alla Cina, per impaurire soprattutto gli operai dell'Ohio dove si fabbrica la Jeep. Una carta che gli si è ritorta contro e che è stata determinante nel fargli perdere la partita. «Obama si è schierato con i lavoratori americani nelle loro ore più buie e noi gli siamo grati», commentano i vertici del'Uaw, il potente sindacato dei metalmeccanici americano. La campagna di Obama si è invece dedicata a portare il messaggio del presidente a fasce specifiche di minoranze etniche e razziali oltre a gruppi specifici di elettori quali i giovani, le donne e i gay. Ieri si sono tirate le somme di questa strategia: il 93 per cento dei neri ha votato per Obama e dagli exit poll risulta che il loro voto, sorprendentemente, è andato al partito democratico prima ancora di andare a un presidente afro-americano. Perfettamente centrata la strategia di Obama anche con gli ispanici il 71 per cento dei quali lo hanno votato. E' un orientamento in salita su due fronti. Prima di tutto dalle ultime presidenziali a oggi gli ispanici sono aumentati dell'1 per cento e secondo le proiezioni entro il 2016 potrebbero essere al pari dei neri come percentuale della popolazione complessiva. Obama è poi riuscito a colpire nel segno come dimostrano i risultati in Florida. Qui il presidente ha ottenuto il 3 percento in più del voto ispanico rispetto al 2008. Come? Capendo che è troppo generico parlare di "ispanici". Ha differenziato il suo messaggio fra i cubani di Miami e i portoricani lungo il golfo del Messico. Ma Romney ha fatto un altro errore strategico. Ha cercato un messaggio politico che andasse bene per gli elettori indipendenti. Da un punto di vista tecnico ha funzionato perché ha preso il 50 per cento dei voti indipendenti rispetto al 45 per cento preso da Obama. Ma a conti fatti non ne valeva la pena perché gli indipendenti sono un numero sempre più esiguo. Molto più importante, come ha capito bene Obama, corteggiare i nuovi elettori, sia i giovanissimi che votavano per la prima volta che coloro che non avevano mai votato. Il presidente ha fatto centro perché, ribaltando le aspettative, è riuscito a ottenere il voto di più giovani quest'anno che non quattro anni fa. ©RIPRODUZIONE RISERVATA