MISTER FIAT E LA GUERRA SBAGLIATA

di LUIGI VICINANZA Mister Fiat uno e due. Corteggiato in America; ripudiato in patria. Barack Obama lo arruola nella campagna elettorale per smascherare i passi falsi di Mitt Romney: Sergio Marchionne compare in un video affermando che la produzione della Jeep resterà in Ohio e dunque non sarà delocalizzata in Cina come erroneamente sostenuto dallo sfidante repubblicano. Una comparsata di appena nove secondi, un bel colpo per il presidente uscente. A Pierluigi Bersani, invece, l'amministratore delegato di Fiat-Chrysler ispira una di quelle sue espressione ormai proverbiali: «Abbiamo visto solo rompere il giocattolo». Nel giro di un anno infatti Fabbrica Italia da mito industriale si trasforma in un Fiat-nam terra di guerriglia sindacale, mentre i piani fatti e disfatti sono diventati almeno cinque, se non otto. Così, a sua insaputa, la questione operaia irrompe anche nella campagna elettorale italiana. Il partito di Marchionne sempre e comunque, cui ha dato voce ieri un redivivo Renato Brunetta, l'ex ministro castiga-statali. Il partito degli oppositori duri e puri che trova nella Fiom il suo braccio sindacale e sempre più politico. E in mezzo quel variegato mondo che cerca di salvare il salvabile, di cui il leader della Cisl Raffaele Bonanni é l'emblema, a metà tra il dialogante e il rassegnato. La Fiat - oggi come sempre nella sua storia ultracentenaria - essenza dei pregi e dei mali di una nazione. Come l'Italia appena un anno fa era sull'orlo del fallimento, la grande azienda di Torino ha rischiato di sparire dalla scena mondiale se non avesse per tempo acquisito l'americana Chrysler. Ma nulla è conquistato per sempre nell'era della crisi globalizzata. La prudenza di Mister Fiat dunque potrebbe apparire comprensibile, se non fosse al tempo stesso contraddittoria. Quel che davvero non si comprende è la logica imperante in questi giorni a Torino. Si può governare l'azienda-simbolo del paese con l'arbitrio della ritorsione? Dentro 19 operai della Fiom, fuori altri 19, chi ci capita ci capita. All'intransigenza dei metalmeccanici della Cgil si risponde con una violenza sconcertante. La rozza rappresaglia antisindacale non fa onore al manager internazionale che, nei giorni del lancio della nuova Panda un anno fa, ha detto di confidare nel potenziale umano degli operai della fabbrica napoletana. Contrapponendo operai a operai, famiglie a famiglie, Sergio Marchionne si assume la grave responsabilità di inoculare una nuova dose di veleno nel già debilitato corpo sociale del paese: venti anni di scontri tra fantomatici «comunisti» e berlusconiani rampanti, tra Nord e Sud, tra lavoro dipendente e partite IVA, tra evasori fiscali e contribuenti tartassati, tra legalità e illegalità. Mancava ancora il capitolo più doloroso: bisognosi contro altri bisognosi. Se le strategie di marketing aziendale (14 futuri nuovi modelli d'auto) saranno simili alle attuali politiche di relazioni sindacali c'è solo da temere. Ancora ieri, nel tentativo di chiarire la propria posizione, Fiat ha diffuso una nota: un vero pasticcio. Prima un comunicato - solo una bozza, l'imbarazzante giustificazione - quasi di insulti verso i 19 reintegrati, poi un altro testo epurato e pubblicabile. È giunto il momento di tirare il freno a mano. C'è la via di una mediazione? I ministri Fornero e Passera hanno chiesto nei giorni scorsi il ritiro dei licenziamenti. Forse ora tocca al presidente del Consiglio Mario Monti. Produttività accompagnata ai doveri; investimenti accompaganti alla responsabilità di chi lavora. Un nuovo patto insomma dove però anche chi dissente abbia diritto di lavorare. Ci piace ancora pensare che l'Italia possa avere un futuro industriale più simile alla Germania che alla Bosnia. vicinanzaL ©RIPRODUZIONE RISERVATA