Nichi rianima lo scontro Renzi-Bersani
ROMA Il ritorno di Vendola a pieno titolo in lizza per le primarie, le punzecchiature fra Renzi e Bersani sul Pci. E Bersani che vede Napolitano per parlare di legge elettorale e, soprattutto, della tornata elettorale. Una mezz'ora di chiacchierata «molto gradevole». Tanto è bastato a Giorgio Napolitano e a Pier Luigi Bersani per rassicurarsi vicendevolmente: per entrambi la legislatura deve avere una scadenza naturale. No, dunque, alle ipotesi di anticipo a febbraio del ricorso alle urne, magari in concomitanza con l'annunciato election day di Lombardia, Lazio e Molise. Poi si è parlato di Legge di stabilità e, soprattutto, di legge elettorale, vero cruccio del presidente, che è intenzionato a fare di tutto perchè una riforma veda la luce. Bersani ha mostrato grande attenzione per le parole di Napolitano e ancora una volta ha rassicurato sulla volontà del suo partito di modificare il Porcellum, ma ha fatto preente che le distanze da colmare con le altre forze politiche sono ancora molte. Due i nodi su cui si sono quindi incentrate le attenzioni dei due interlocutori: la scelta degli eletti da parte degli elettori e il rilievo della Corte Costituzionale sul premio di maggioranza che non può aggiogare completamente il principio di rappresentanza in nome della governabilità. Insomma, ha riassunto Bersani più tardi, «ogni tanto ci si incontra per fare il punto sulla situazione», «le mezze ore con il presidente sono le migliori che passo». Certo migliori di quelle che capitano con Renzi. Chissà se tra gli sms «semplici e secchi», come racconta Matteo Renzi, che il sindaco di Firenze si scambia con Pier Luigi Bersani, finirà anche l'ultimo botta e risposta tra i due: duello che mette in discussione niente meno che la storia di almeno la metà del Pd: il Pci. «Il Partito democratico non è la versione 2.0 del Pci», avverte il rottamatore che dai «ragazzi di Botteghe Oscure» ha spostato la battaglia contro le idee di una sinistra conservatrice. Macchè Pci del XXI secolo, «siamo il partito riformista del nuovo secolo» ribatte il segretario che ammette di non sentirsi più comunista perchè bisogna andare «oltre il costruttivismo del Pci». Pier Ferdinando Casini resta alla finestra. «Siamo disponibili a governi imperniati sul riformismo e non su vecchi tabù della vecchia sinistra», è l'arriverderci del leader Udc. Bersani non intende rinunciare «alle radici perchè altrimenti non si fanno foglie nuove», ma aggiorna il suo passato comunista, mettendo «la realtà prima delle idee». Il sindaco di Firenze, dal canto suo, fa suo il malumore degli ex Dc perchè, esultando per la vittoria «storica» in Sicilia, il segretario Pd si è scordato di Piersanti Mattarella, «ferendo», come dice Pier Luigi Castagnetti, la metà del partito che si rifà alla Dc. Si vedrà il 25 novembre chi avrà la meglio sugli elettori del centrosinistra. Il gradimento di Bersani, invece, sembra migliorare: secondo gli ultimi sondaggi, uno anche della «Stampa» tra 12mila intervistati, Bersani, tra gli iscritti del Pd, è in vantaggio di 7 punti su Renzi mentre tra i non iscritti sarebbe un testa a testa. Certo, almeno stando ai sondaggi, le regole delle primarie, soprattutto la preregistrazione, avrebbero l'effetto di allontanare circa 250mila persone. Ieri l'Authority per la Privacy, rispondendo al ricorso di Renzi, ha chiarito che i dati sia dell'albo degli elettori sia dell'appello per il centrosinistra non vanno diffusi e questo conforta le preoccupazioni dei renziani. «Finalmente avremo primarie più libere di quelle pensate dall'apparato del Pd», esulta Roberto Reggi mentre i bersaniani vedono confermata l'impostazione uscita dal tavolo delle regole.