pavia
PAVIA S'intitola "Fine dell'Altro Mondo" (Minimum Fax, 2012) il libro d'esordio che il genovese Filippo D'Angelo Filippo - docente di letteratura francese nelle università di Parigi III, Grenoble e Limoges - presenterà oggi alle 18 alla Nuova Libreria Il Delfino di Piazza Vittoria, in compagnia di Federico Francucci e Federica Lucchesini. La vicenda - ritratto di una generazione la cui unica certezza è quella di vivere in un mondo spietato, come dimostrano i fatti del G8 – ha per protagonista Ludovico Roncalli, ventottenne della Genova bene, dottorando in lettere che ha trovato nella ricerca universitaria la conferma della cialtronaggine nazionale, nella famiglia un perenne esercizio di sadomasochismo, e nei coetanei – carrieristi o emarginati – la testimonianza di un enorme fallimento generazionale. Erotomane per disperazione e sull'orlo dell'alcolismo nonostante l'aria da "bravo ragazzo", Ludovico vive l'unica autentica complicità con la sorella minore Umberta, alla quale lo lega una reciproca e impossibile attrazione incestuosa. Quando si metterà sulle tracce di un testo andato perduto (la fine di un romanzo utopico scritto da Cyrano de Bergerac), crederà che dalla letteratura possa iniziare il suo riscatto professionale e umano. Peccato che sia l'estate del 2001 e ogni progetto di Ludovico, come la città stessa, verrà sconvolto dalla follia del G8 genovese, momento cruciale per la storia del nostro paese, come spiega l'autore. D'Angelo, com'è cambiata Genova dopo il G8? «Grazie ai fondi ottenuti per la preparazione del G8, Genova aveva vissuto tra la fine degli Anni '90 e l'inizio degli Anni Duemila un periodo di relativa vitalità, una piccola rinascita: molte iniziative culturali, l'apertura di parecchi locali, il fiorire di una vocazione turistica. Questa spinta si è esaurita quasi del tutto dopo il 2004, anno in cui Genova era stata capitale europea della cultura. Da allora, la città mi sembra immersa in un'atmosfera di forte declino, come il resto del paese, d'altronde». Che tipo è Ludovico Roncalli? «E' uno fra i tanti tipi di individui che la nostra società "produce", un giovane ricercatore le cui belle speranze rischiano di rivelarsi delle atroci illusioni: è deluso dal proprio ambiente professionale e, più in generale, dalla società italiana del suo tempo, ma anche dalle sue relazioni personali e, soprattutto, da se stesso. L'estrazione sociale borghese e la formazione culturale accademica sono tratti autobiografici, ispirati alla mia esperienza. Per il resto, il personaggio esprime lo stato di decadenza e di smarrimento del Paese, che, al di là delle soluzioni di emergenza oggi in atto, non sembrano avere reali vie d'uscita». Qual è l'altro mondo menzionato nel titolo? «Nel romanzo, l'espressione "l'altro mondo" fa innanzitutto riferimento al titolo di un'utopia libertaria del Seicento, L'altro mondo di Cyrano de Bergerac, opera di cui Ludovico cerca ossessivamente la fine andata perduta. Ma per "altro mondo" si intendono anche altre cose: l'altro mondo sognato dai movimenti no global, il mondo prima dell'undici settembre, l'Italia prima della riconferma elettorale di Berlusconi nel 2001 e così via. Credo che, nel mio libro, la fine dell'altro mondo significhi la fine di un modo che ammetteva delle alternative a se stesso, che includeva delle prospettive di cambiamento». Si dice che nella sua scrittura ci siano tracce di Moravia, lei conferma? «Penso che l'influsso di Moravia, di cui si è parlato in molte recensioni, sia stato un po' sopravvalutato. Certo, come i primi romanzi di Moravia, il mio è un romanzo prevalentemente di ambienti borghesi, e nel quale i personaggi sono messi a fuoco da un punto di vista al tempo stesso psicologico e sociologico. Ma, sul piano della scrittura, non sento Moravia come un possibile modello. Lo dimostra in particolare un aspetto: il mio ricorso frequente al registro del comico, un registro che mi sembrava indissociabile da una rappresentazione dell'Italia nell'era berlusconiana». (m. piz.)