Ravizza, 20 anni fa l'addio
Esattamente vent'anni fa, il 9 ottobre 1992, Pavia ha detto addio a Giuliano Ravizza, anima della pellicceria Annabella, non solo uno stilista. La malattia lo ha strappato alla vita a 66 anni, il suo ricordo è intenso, ancora oggi, in città, in famiglia e tra i tanti amici. Così lo ricorda lo scrittore Mino Milani. di MINO MILANI Amici, si capisce, eravamo amici. Ma Giuliano era più amico di mio fratello Mario che di me. Per via dell'età, dico: tra lui e me v'erano tre anni di differenza, e tre anni, allora, contavano certamente più di oggi. Volevano dire (per esempio nel '43-'45) essere o non essere di leva, e non solo questo. Non ci si frequentava molto, lui ed io, ma si sapeva d'avere quella consonanza di idee e di sentimenti che rendono eguali le persone. Sentimenti vecchi, forse, e oggi non contano nulla, perché testimoniano un passato: e il made in Italy in cui siamo imbattibili e precisamente rimuovere il nostro passato. Per questo, probabilmente, siamo sempre stati e siamo ancora poveracci. La maggior parte dei nostri bambini non sa nemmeno come si chiami il suo nonno. Lo sanno, invece, i nipoti di Giuliano; perché, per loro fortuna, sono stati cresciuti nella famiglia, (contro la quale sparano gli sfigati che non ce l'hanno, non la vogliono, non sanno che cos'è); e che era, per lui, il momento preminente della vita. Ho detto che non ci si frequentava molto; però mi impressionava (commuoveva?, forse allora no, oggi sì) il rispetto che mostrava d'avere per i suoi, la solidarietà, il senso del comune destino. Il risultato (anni di lavoro, di coraggio, di sfida) lo si può tranquillamente riassumere nella parola Annabella, non per il suo successo mercantile eccetera, ma perché è un esempio (ultrararo, da noi, sempre felici di aggiungere a fratelli, la parola coltelli) della forza di un clan, nel senso più vero e positivo. Per cui, anche se non è stato il primo a scendere in campo, Giuliano va considerato il capostipite dei Ravizza, ai quali la nostra città deve molte cose di cui non sto nemmeno a tentare l'elenco. Se ne è andato vent'anni fa, dopo una vita avventurosa, e nulla vi è e vi sarà mai di più bello di una buona avventura. Beh, qualcuno dirà, ha avuto fortuna. Certo: ma la ha avuta perché se l'è cercata. Non ha fatto come quelli (qualcuno, cioè qualche dozzina di milioni, in giro e ne è, vero?) che aspettano che cada dal cielo o che gliela procuri la famiglia e magari il governo. Lo vidi e gli parlai a lungo, l'ultima volta, quando dopo il suo rapimento lo intervistai per conto della «Domenica del Corriere». Ci dicemmo molte cose e non tutte le scrissi: qualcuna la tenni per me. Lui aveva un paio d'occhiali da sole; alla fine gli dissi: Adesso togliti gli occhiali, Giuliano, e fammi vedere i tuoi occhi. Se li tolse. Vidi quello che aveva previsto. Occhi d'uomo. PS: Ho parlato di fortuna, prima; al proposito, la sua più bella mi pare che sia stata la moglie. Che ne dici, Antonietta?