Autogrill, pronti 110 licenziamenti
di Giovanni Scarpa e Anna Ghezzi wPIEVE EMANUELE Lacrime. Angoscia. Rabbia. Per i 110 lavoratori della Cooperativa San Guglielmo Nord è cominciato il conto alla rovescia. Ieri sono state aperte le pratiche di licenziamento per i soci lavoratori della logistica Autogrill. Alle 8.30 ai cancelli si sono presentati i funzionari della nuova coop, la Ceo di Siziano che ha preso la gestione della piattaforma con un ribasso el 30% e che vuole tagliare stipendi e personale. I funzionari volevano entrare fra i capannoni in cui da dieci giorni si sono asserragliati gli operai che non vogliono cedere a quelle che giudicano condizioni-capestro. Ci sono stati anche momenti di tensione. Sono dovuti intervenire i carabinieri. In mezzo, il sindaco di Pieve, Paolo Festa, che ha cercato di placare gli animi. «Hanno detto che torneranno stasera (ieri, ndr), forse stanotte o domani mattina. Torneranno con polizia e carabinieri. Per farci sgombrare». Enzo Fiorentino, responsabile dell'unità operativa, non si illude: «La situazione sta precipitando di ora in ora. Aspettiamo che arrivino in forze». Qualcuno piange, con la testa fra le mani. Non sono guerrieri. Non sono black-bloc. Sono padri e madri di famiglia che non accettano una riduzione dello stipendio da 1300 euro a 700. Hanno paura, ma non voglio svendere la loro dignità, dopo 20/30 anni di lavoro. «Non possono cancellare delle vite con un colpo di spugna – dice ancora Fiorentino, il volto segnato da giorni di presidio –. Nessun diritto, nessuna possibilità di mediazione. Vogliono spazzarci via e basta». La zona industriale di via Berlinguer è ancora più tetra in attesa dello sgombero, fra le decine di capannoni fra cui spicca la A di Autogrill, il mega magazzino che serve 420 punti vendita della "Grande A" in tutto il Nord Italia. C'è chi è qui da una vita, chi da poco. Come Marco Morosi: «Sono arrivato nel 2007. Sono il più giovane. E la cosa che mi indigna di più è che mi vogliono mandare via anche se l'azienda non è in crisi». C'è chi perderà non uno , ma due posti in una volta sola. Come Lella Masala e Valerio Mascherpa. Marito e moglie di Albuzzano. «Valerio lavora qui da 20 anni, io da 12. A casa abbiamo due figlie. Per noi è ancora più dura da accettare. Le bimbe capiscono cosa sta succedendo, soprattutto la più grande». La voce trema, rotta dall'emozione. Di figli ne ha sei ad aspettarlo, sempre ad Albuzzano, Dixen Fernando, arrivato dallo Sri Lanka col sogno di una vita migliore in Italia. Un sogno ora spezzato: «Sono l'unico sostegno per la mia famiglia. Ma non ci considerano persone, solo numeri su cui tirare una riga». «Io ho due figli e sono sola– dice invece Simona Barbetta, di Cura Carpignano–. Cosa farò ora? Non ho nessuno a cui potermi appoggiare». Dentro i cancelli della logistica sventolano bandiere come in un fortino assediato che aspetta solo l'assalto finale. Ma non ci sono volti truci. Solo tanta disperazione e incredulità. Sguardi fugaci verso la strada, aspettando l'arrivo delle forze dell'ordine. Come se fossero dei delinquenti. Qualcuno non ce la fa e piange. La testa fra le mani, consolato da un collega che lo abbraccia con tutta la disperata tenerezza di cui è capace, nonostante la sua anima sia altrettanto divorata dall'angoscia di non avere più un lavoro. «Ci opporremo, ma senza violenza – dicono tutti –. Faremo resistenza passiva, quando ci porteranno fuori. Nessuno, però, alzerà un dito. Siamo padri e madri di famiglia, non banditi».