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di Alessandro Cecioni ROMA L'ex procuratore nazionale antimafia Piero Luigi Vigna è morto ieri a Firenze. Era malato di tumore da tempo. «E' stato lucido fino all'ultimo», dice chi gli è stato vicino. Aveva accanto la moglie Silvia con il figlio Leonardo, l'altra figlia vive negli Stati Uniti ed era stata Firenze pochi giorni fa. Oggi sarà allestita una camera ardente, mentre dopo il funerale Vigna, come da sua volontà, sarà cremato. Molte le manifestazioni di cordoglio. «Magistrato di grande prestigio che ha speso la sua vita con appassionato impegno e assoluto rigore al servizio dell'amministrazione della giustizia», dice di lui il presidente Napolitano. Se c'era una cosa che lo urtava era che gli sbagliassero il nome di battesimo: «Piero Luigi - scandiva - lo scriva bene, sia preciso almeno in questo, la prego». Non era un uomo semplice, era ruvido, duro. Un vero inquisitore, se imboccava una strada la portava fino in fondo, contro tutto e tutti. La legge, prima di tutto, rispettata. Puntigliosamente. All'inizio ci fu il terrorismo, faceva coppia con Gabriele Chelazzi, altro magistrato indimenticato a Firenze. Terrorismo nero, alle porte di Firenze stava Mario Tuti, da Firenze erano transitati i capi di Avanguardia Nazionale, e la mitraglietta skorpion dei delitti eccellenti. Ma anche Prima Linea e le Brigate Rosse, il loro capo, Giovanni Senzani, era docente a Magistero, facoltà a meno di un chilometro dalla Procura che indagava su di lui. Sua la firma sull'arresto della brigatista Barbara Balzerani. Fu messo sotto scorta, come tanti allora, ma Vigna fece di più, si comprò una 44 magnum, come quella che impugnava Clint Eastwood nei panni dell'ispettore Harry Callaghan, e la portava con sé sempre. A volte, raccontano gli avvocati, anche durante certi interrogatori. Poi venne la stagione dei sequestri, dell'Anonima sarda in Toscana, e Vigna fece coppia con un altro grande magistrato, Francesco Fleury. L'Anonima fu sgominata, sconfitta, grazie anche a una Squadra Mobile fiorentina fatta di grandi poliziotti, Giuseppe Grassi, poi questore a Torino e Padova, Antonio Manganelli, oggi capo della Polizia, Sandro Federico, Maurizio Cimmino. Fu sull'indagine più difficile che le cose anche per lui si complicarono: quella del mostro di Firenze. Era convinto fosse Pacciani l'autore degli omicidi, ma, deludendo il suo pm Paolo Canessa, in un libro ha notato «come sui mandanti nonostante gli sforzi nulla e stato provato e io non credo che esistano». La mafia l'aveva incrociata la prima volta nel 1984, strage del rapido 904, bomba esplosa nella galleria della Direttissima. Individuò esecutori e mandanti, mise in galera anche un giornalista, Beppe D'Avanzo, reo di aver svelato che gli esecutori materiali erano stati uccisi dalla Camorra. Nell'indagine sul Mostro aveva indagato altri giornalisti, sempre per «violazione del segreto istruttorio». Dal 1997 al 2005 è stato Procuratore nazionale antiimafia, cinque anni prima aveva raccolto il pentimento di Gaspare Mutolo, poi sentì anche il racconto di Giovanni Brusca. Ci provò anche con Riina, a Firenze, ma il capo dei capi lo bloccò gridando: «Lei ha sbagliato persona». Ruvido fino alla fine. L'ultima polemica è di un mese fa, con Giancarlo Caselli, sui rapporti fra magistratura e politica. Sul tema era drastico: «Neanche da pensionato un magistrato dovrebbe iscriversi a un partito politico». Duro e rigoroso, ma anche capace di divertirsi. Amava giocare a carte, soprattutto a scopa, d'estate, a Capalbio sotto gli ombrelloni dell'Ultima spiaggia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA