Produzione, una fantastica avventura

PAVIA «Produrre uno spettacolo è un po' come assemblare i pezzi di un complesso meccanismo: bisogna saper scegliere le materie prime e poi montarle bene». A dirlo è Fiorenzo Grassi, direttore artistico del Teatro Fraschini che, con la sua Fondazione, l'anno scorso ha fatto il salto nel mondo della produzione. E se la regola di base è sempre quella, le partenze possono essere diverse. Può essere infatti l'impresario (pubblico o privato) che, avendo la passione per i testi e una rete di conoscenze in campo attoriale, assocerà il testo che vuole produrre all'attore principale, con cui poi cercherà il regista, lo scenografo e gli altri eventuali attori per formare la compagnia (molto importanti sono i vari tecnici come macchinisti, light disegner ecc.., non semplici gregari, visto che dalla loro bravura dipendono atmosfere e climi che nello spettacolo fanno la differenza). Oppure può essere il regista che ha già in mente un testo e una serie di attori, con i quali si metterà a cercare un impresario che voglia fare l'investimento. «L'importante è che alla fine il prodotto esca bene – continua Grassi -. In Italia Glauco Mauri è attore impresario di se stesso, mentre in quella di Proclemer e Albertazzi, una compagnia fondamentale che ha attraversato l'Italia, i due attori erano scritturati e retribuiti da Lucio Ardenzi, che si prendeva il rischio d'impresa. Come Fondazione Teatro Fraschini, l'anno scorso, per la produzione di "Mia figlia vuole portare il velo", siamo partiti dall'autrice e abbiamo scelto con lei il regista e gli attori; con "Risveglio di Primavera" siamo partiti da un potenziale di compagnia (gli allievi della Scuola di Teatro Fraschini), a cui volevamo far provare uno spettacolo professionale, e abbiamo scelto il regista (Claudio Autelli)». Anche per la lirica funziona così? «In quell'ambito il lavoro è più individuale: lì è il produttore che sceglie gli elementi della squadra (coro, orchestra, regista, direttore, attori, figuranti ecc..) che fino al giorno della prova d'insieme lavoreranno separatamente. E' un altro modo di creare lo spettacolo, per scompartimenti, con pezzi che devono funzionare prima da soli e, solo dopo, insieme. La sintonia e la simbiosi dipendono dall'impresario e da un dibattito sereno tra regista e direttore d'orchestra. E quando lo spettacolo funziona è una grande vittoria».