LAICITÀ E DIRITTO DI SATIRA
di VITTORIO EMILIANI «Noi non ci scusiamo. Diciamolo ad alta voce: finché sarà necessario, abbiamo il diritto di fare caricature di Maometto, Gesù, Buddha, Yahvé e tutti gli aspetti del divino. Questo si chiama libertà di espressione in un paese laico». Come non condividere, da laici convinti, la posizione espressa da un quotidiano francese? La conquista della laicità dello Stato, della sua autonomia da ogni Chiesa, di una libertà di espressione a tutto campo («per tutti», dice l'art. 21 della nostra Costituzione, stranieri inclusi) è un pilastro centrale delle democrazie parlamentari. Ma è anche l'esito finale di un lungo, difficile, plurisecolare cammino sfociato in svolte politiche radicali, in Francia, in Gran Bretagna, in America e poi, non senza fatica, in tutto l'Occidente. In Italia, a Roma, sotto Clemente XII, il 23 febbraio 1736 veniva decapitato il conte Enrico Trivelli del Vasto, «fogliettista», autore di satire contro il papato e la sua politica temporale. Ci vorranno altri centotrentaquattro anni per cancellare la teocrazia pontificia, il 20 settembre 1870. Tuttavia sulla satira e sul diritto di satira si discute anche nelle nostre società per fortuna laicizzate. Per Walter Benjamin il vero scrittore satirico è «cannibalesco». Il grande intellettuale berlinese, figlio della borghesia ebraica più colta, preferirà suicidarsi in Spagna piuttosto che rischiare di venire riconsegnato, come temeva, alle autorità naziste. Ecco, nei regimi assoluti del '900, nella Germania di Hitler, nell'Italia di Mussolini e nella Russia di Stalin ogni critica, e quindi ogni satira, venne per decenni repressa e stroncata con le pene più dure. Con la diffusione dei giornali e con l'avvento dei nuovi "media" (radio, televisione, ancor più internet, il web in generale) che consentono una mondializzazione, all'istante, della comunicazione, quindi anche di un film o di una vignetta satirica, il problema ha assunto una dimensione (ed una delicatezza) planetaria. Soprattutto perché sono emersi numerosi Paesi, economicamente importanti, in Medio Oriente, in Asia e Africa, nei quali la presenza musulmana risulta decisiva a livello statuale. Contemporaneamente gli islamici sono emigrati a milioni nei Paesi dell'Occidente portandovi una cultura dello Stato profondamente diversa dalla nostra. In essi infatti la laicità degli Stati non è un valore praticato e, a partire dalla "rivoluzione" (ma fu tale?) di Khomeyni in Iran, i capi religiosi sono anzi ridiventati capi politici. Così almeno è per i fondamentalisti islamici. Quindi, ogni offesa o supposta offesa a Maometto diventa un'offesa assoluta, inaccettabile, e non sono soltanto gli autori del film o delle vignette a portarne personalmente la responsabilità, ma sono, ai loro occhi, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania o la Danimarca, ecc. O l'Italia, quando l'allora ministro Calderoli mostrò in tv la maglietta con le vignette su Maometto. Stati e governi vengono chiamati dunque ad intervenire, a censurare, a vietare. Rischiamo un vero e proprio scontro di concezioni: delle libertà personali e collettive, degli Stati stessi. Negli ultimi casi, dietro il radicalizzarsi della protesta musulmana, c'è dell'altro. In Libia, a Bengasi, l'assalto all'ambasciata Usa era chiaramente preordinato dai terroristi di Al Qaeda, e comunque i fondamentalisti stanno utilizzando ovunque i focolai di protesta accesi da film o da vignette "blasfeme" per affossare le novità della "primavera araba" ed instaurare regimi anti-Usa, anti-occidentali. A questo punto ci sono state autocensure in Europa, sui siti più frequentati. Lo stesso Dany Cohn-Bendit, leader del '68 ed ora dei Verdi, ha sottolineato come le caricature su Maometto di "Charlie Hebdo" siano roba dozzinale. Per altri puntavano soltanto a rialzare le vendite in netto calo del settimanale. Certo, ci sono anche questi elementi da valutare. Saggiamente ma laicamente. Come laicamente siamo e restiamo critici sui vari "vilipendi" di casa nostra temendo una regressione culturale inaccettabile. ©RIPRODUZIONE RISERVATA