Proclama di al Qaeda «Colpite l'America»
di Natalia Andreani wROMA Il giorno dopo gli assalti alle ambasciate, sulla protesta anti Usa che ha infiammato i paesi islamici soffia la voce di Al Qaeda. L'organizzazione terroristica decapitata nel 2001 con l'uccisione di Bin Laden ha rivendicato l'attacco al consolato di Bengasi costato la vita all'ambasciatore americano Chris Stevens e a tre suoi funzionari. E dallo Yemen ha esortato i musulmani, e in particolare i fedeli che vivono in Occidente, a compiere nuovi atti di violenza contro le rappresentanze diplomatiche Usa nel mondo e a uccidere ancora. «Chiunque incontri ambasciatori o emissari americani dovrebbe seguire l'esempio dei libici», afferma l'organizzazione in un comunicato intercettato dal sito di analisi antiterrorismo "Site". Quanto alla Libia, si sarebbe trattato di una vendetta per l'uccisione di Abu Yahya al-Libi, vice di Ayman al Zawahiri. Quell'omicidio, «ha alimentato l'entusiasmo e la determinazione dei figli di Omar al Mokhtar (eroe dell'indipendenza libica) nel vendicare chi attacca il nostro profeta», ha affermato un portavoce di al Qaeda riferendosi al video blasfemo che ha scatenato le rivolte. Di una precisa regia dietro l'attentato di Bengasi ha parlato ieri anche il presidente dell'Assemblea nazionale libica Mohammed Magarief, affermando che si è trattato di un progetto «pianificato» ed «eseguito nei minimi dettagli, in maniere meticolosa». Magarief ha poi annunciato l'identificazione di cinquanta persone che avrebbero partecipato all'assalto armato. Ma la situazione non appare sotto controllo, tanto che ieri la stessa Fbi ha deciso di rinviare la partenza per Tripoli della squadra di agenti speciali che avrebbe dovuto collaborare alle indagini. «Il quadro è instabile», ha dichiarato una fonte dell'agenzia federale confermando che non vi sono le condizioni di sicurezza necessarie. Il proclama di Al Qaeda nella penisola araba, peraltro, non è stato l'unico della giornata. Inviti di massa alla rivolta sono venuti anche dal movimento dei talebani pakistani che si sono rivolti ai giovani musulmani di tutto il mondo invitandoli a ribellarsi contro chiunque infanghi l'Islam. La tensione, nonostante il placarsi dei tumulti di piazza, resta insomma alle stelle. I governi di Yemen e Sudan, paesi che nelle scorse ore sono stati teatro di violentissimi disordini, ieri hanno inoltre respinto le richieste di Washington di schierare due plotoni di marines a difesa delle proprie sedi diplomatiche. Un no che complicherà le cose e che arriva proprio mentre il Consiglio di sicurezza dell'Onu condanna «con massima fermezza» gli «ingiustificabili attacchi» alle ambasciate che rappresentano, è ricordato, «inviolabili» luoghi di pace. «Il Sudan è in grado di proteggere le missioni diplomatiche e lo Stato è impegnato a proteggere gli ospiti del corpo diplomatico», si legge in una nota dell'esecutivo di Karthoum. In Yemen, invece, è stato un voto del parlamento a respingere l'ipotesi ribadendo «il suo no - recita un comunicato diffuso a Sanaa - qualunque forma di presenza straniera nel paese». In Egitto, intanto, ci sono stati nuovi scontri tra polizia e manifestanti (un centinaio i feriti). Poi nel pomeriggio di ieri, dopo quattro giorni di incidenti, Piazza Taharir è stata sgomberata. Gli agenti hanno issato un muro di calcestruzzo per impedire l'accesso alla strada che porta all'ambasciata Usa. Il clima resta teso anche a Tunisi dove tra i manifestanti ci sono stati quattro morti. Il governo sta dando la caccia agli sceicchi che avrebbero orchestrato i disordini. Tra questi figura Abou Iyad, predicatore salafita che ha goduto di un'amnistia dopo la fuga del dittatore e i cui sermoni infiammano le moschee. Lui, però, sembra essere scomparso senza lasciare tracce. ©RIPRODUZIONE RISERVATA