«Per uscire dalla crisi la speranza è negli uomini»

PAVIA Nella crisi che si ripete, costante a distanza di anni, c'è sempre una via d'uscita: «La speranza sono gli uomini, la crisi può diventare uno strumento aggregante soprattutto per le nuove generazioni: i giovani non vogliono lottare solo per sé stessi, ma anche per chi verrà dopo di loro». E' il secondo Noam Chomsky che parla, «quello dell'analisi dei fenomeni storici, politici e sociali» per usare le parole di Andrea Moro, professore di linguistica dello Iuss che ha presentato il professore americano. Il primo Chomsky, «quello dei fenomeni linguistici» ha tenuto la sua lezione davanti a docenti, autorità, ospiti dell'istituto universitario di studi superiori. Un discorso di un'oretta, nella sala del Camino, sulla lingua e i limiti della comprensione umana, sul linguaggio partendo dalle grandi conquiste della ricerca scientifica. Il docente americano ha sottolineato che «se l'uomo è superiore agli animali per alcune sue capacità cognitive (il linguaggio è ben diverso dai sistemi di comunicazione animali), gli animali sono superiori all'uomo per altre capacità cognitive, come per esempio la memoria negli uccelli». Uno spunto per dire che «molte domande potranno rimanere inspiegabili per sempre, ma forse il motivo sta nel fatto che la nostra limitatezza cognitiva – ha spiegato Chomsky – e la nostra conoscenza attuale del mondo ci impediscono di porci le domande giuste». Non bisogna smettere di porsi domande, di cercare risposte. Magari non arriveranno subito, ma arriveranno. Chomsky in un incontro con la stampa, successivo alla sua lezione, ha parlato di politica e di crisi, e partendo da Occupy Wall Street, il movimento di protesta sostenuto anche da Chomsky, ha proposto alcune riflessioni sui giovani. «Gli attivisti sono giovani, hanno una vita davanti ma non hanno esperienza – ha spiegato – si rischia che questo tipo di rivoluzioni si esaurisca sul nascere, non si fa la rivoluzione in una notte. Occupy Wall Street ha sicuramente attirato l'attenzione». Chomsky ha parlato di economia e della necessità di ottenere una «democrazia svincolata dalle lobby economiche che tendono a distruggere il mondo in cui vivono». Le rivoluzioni di oggi sembrano essere caratterizzate dall'uso dei social media, Facebook, Twitter, ma anche blog per raccontare al mondo. Sono i social media a fare la rivoluzione? «Li considero strumenti neutri – ha spiegato il linguista – Penso alla metafora del martello: posso servirmene intelligentemente per piantare un chiodo oppure negativamente per tirarlo in testa a una persona e fare del male. Un mezzo di per sé non basta a fare una rivoluzione, dipende da come lo si usa. E lo abbiamo verificato anche quando hanno bloccato Internet in Egitto o in Libia. Hanno espropriato l'uso di un mezzo, ma non le persone che, anzi, hanno riscoperto la potenza del parlarsi a voce per attuare la loro rivoluzione». Noam Chomsky però non ha solo due identità. Ieri a Pavia ha incontrato gli studenti, nell'aula magna del collegio Ghislieri, ha risposto alle loro domande sull'evoluzione del linguaggio, sulle ricerche più innovative. E lui, tolta la toga del mattino, con una camicia chiara e la penna nel taschino ha risposto, raccontato. Un maestro. «E' il terzo Chomsky – ha sottolineato Andrea Moro, nel presentarlo – quello che si prende a cuore l'intelligenza e i limiti di ciascuno studente e lo spinge a valorizzarsi al massimo, in totale libertà, fuori dagli schemi didattici formali. E' il Chomsky che, ponendo la propria esperienza al servizio dello studente che ha di fronte, lo tratta alla pari, che ti porta a capire il valore educativo dello "stupirsi di fatti semplici"». E' la lezione da imparare. su Twitter @MariannaBruschi