paralimpiadi

PAVIA Obiettivo Rio de Janeiro 2016. L'arciere paraplegico del Cus Pavia Gabriele Ferrandi è tornato dalle Paralimpiadi di Londra deciso a riprovarci fra quattro anni. «"A Rio ci vado anch'io" è il motto che ho deciso di adottare per il prossimo quadriennio olimpico – spiega il 29enne arciere di Chignolo Po –. Ho deciso che non mi fermerò, ma voglio ripartire di slancio, perché ho scoperto che i miei margini di miglioramento sono ampi. Sono giovane, la voglia e l'entusiasmo non mancano, ma devo continuare con il lavoro». Ferrandi a Londra ha gareggiato nel tiro con l'arco specialità compound W1. Dopo la buona qualifica ha avuto la sfortuna di affrontare un altro azzurro, Fabio Azzolini, già medagliato a Pechino. Il pavese si è arreso alla freccia di spareggio. "In quella sfida testa a testa – sottolinea Ferrandi – ho capito che posso migliorare. Quando sono andato in vantaggio 5–3 mi ero illuso di avercela fatta, invece Azzolini ha centrato tre dieci consecutivi e mi ha raggiunto. Rimaneva una freccia a testa, il classico "shout off": io ho segnato 8 punti, lui 9 e per un solo punto mi ha eliminato. E' stata una delusione, ma ho compreso che a battermi per una medaglia ci posso stare anch'io. Il tempo è dalla mia parte». Le emozioni e i ricordi che Ferrandi si è portato a casa da Londra sono stati tanti. «Ho realizzato a casa quello che ho fatto là – commenta Gabriele – ho guardato in televisione la fine delle Paralimpiadi mi sono venuti i brividi perché ho capito davvero dove ero stato». Tutto il mondo è rimasto colpito dal pubblico presente, numerosissimo. «Nelle nostre gare di tiro con l'arco il pubblico scarseggia sempre – afferma Ferrandi – ma quando a Londra sono entrato sul campo di gara mi ha colpito il fatto che l'arena fosse colma di gente. Quando lo speaker ha annunciato il mio nome, il tifo è esploso ed è stata una sensazione che non avevo mai provato». Ferrandi ha seguito le gare degli arcieri suoi compagni di nazionale. «Sono stato orgoglioso di essere presente alla festa di Oscar De Pellegrin – confessa Ferrandi –. Aveva già deciso che sarebbe stata la sua ultima olimpiade, lo incaricano di essere portabandiera e De Pellegrin riesce a vincere la medaglia d'oro, è un esempio per tutti noi. Il villaggio olimpico? E' una minicittà variopinta, con un grande capannone che era la mensa, una zona per socializzare. Cosa mi sono portato a casa? A parte lo scambio di pin, le spillette che rappresentano comitati olimpici, sponsor o sport dei Giochi, che sono l'obiettivo dei collezionisti. E poi il piumino della manifestazione. Mi rimarrà indelebile il ricordo della sfilata inaugurale, dell'emozione dell'attesa prima di entrare nello stadio e le diverse disabilità, unite tutte però dalla passione per lo sport». E Pistorius? «Dopo quanto ha fatto per gareggiare con i normodotati, dimostrando che le sue protesi non davano vantaggi, non avrebbe dovuto criticare un altro sportivo che usa le protesi – dice Ferrandi –. Sportivamente avrebbe potuto dire che la presenza di un altro atleta ai suoi livelli avrebbe reso più interessanti le gare, ma sono convinto che si sia reso conto di quanto ha detto e ci abbia ripensato». Maurizio Scorbati