La storia di Berto, il partigiano ucciso a un passo dalla Liberazione
La primavera arrivò improvvisa con il suo carico di profumi e gemme. Loro, tuttavia, non ci facevano caso: dovevano nascondersi e stare in guardia, anche se ancora per poco perché si diceva che la fine fosse imminente, che gli Alleati avrebbero definitivamente cacciato tedeschi e fascisti dal Paese. In zona la gente li proteggeva. Ora avevano la loro base nella grande sala del vecchio castello in rovina, ad Oramala. E se qualcuno si fosse avvicinato troppo, gli abitanti del borgo li avrebbero allertati con un segnale concordato. La prudenza era necessaria: fascisti e tedeschi erano ancora in circolazione, battevano le zone perché sapevano che erano le "loro" zone, dei partigiani e spesso per tenerli a bada non bastavano la semplice ostentata cordialità dei contadini, il loro tirar fuori al momento giusto la bottiglia del vino o il salame. Si era comunque in guerra e, dall'8 settembre, la guerra non era più solo contro un nemico riconoscibile, ma poteva esserlo con uno del tuo paese, un vicino, persino un familiare o uno che pensavi amico, in un gioco di schieramenti opposti che riguardava la gente di uno stesso popolo: fascista/antifascista, repubblichino/partigiano. Loro erano un piccolo gruppo di quattro/cinque persone, dovevano monitorare la zona e tenere i contatti con le brigate di Zavattarello e Prega (Pietragavina). Tra loro c'era "Berto". Non giovane, non vecchio, sulla trentina. Era entrato in guerra richiamato nel Corpo degli Alpini, come tanti (quasi tutti) i giovani della zona. Dopo l'Armistizio decise di disertare e la sua storia divenne così simile a quella di molti altri: fuga verso i luoghi nativi, nascondimenti e per finire la militanza partigiana. Divenne comandante di distaccamento della Brigata Crespi, divisione Aliotta. Era da un anno e mezzo alla macchia, ma non sarebbe durato a lungo: gli Alleati stavano finendo la risalita dello Stivale e Hitler era già chiuso nella morsa fatale delle truppe americane che muovevano da Ovest e dei Russi da Est. Era questione di poco … neanche qualche mese. Qui era "quasi" casa, Zavattarello, dov'era nato, era davvero vicino. Bisognava stare in guardia, sicuramente, ma il Castello di Oramala, pur ridotto in macerie li avrebbe protetti, come il "fortino" che fu in passato. Struttura da difesa. «Voglio andare a Prega e da lì raggiungere quelli di Zavattarello. Voglio andare a casa!». «Non so se sia prudente spostarsi ora. Sembra tutto tranquillo, ma ci sono drappelli di tedeschi e fascisti in movimento … sono in agitazione. Sentono che è finita e mordono il freno. Sai che questi sono posti di passaggio, di comunicazione, da valle a valle, dai monti al mare… ogni tanto fanno rastrellamenti, non li lasciano privi di controllo e usano anche loro i sentieri per spostarsi. A me sembra avventato, stiamocene tranquilli, in attesa di qualche staffetta, di ordini …». «No, fammi andare, porto con me Gino. Saremo in due e staremo attenti. Vi porteremo noi notizie degli altri». «E va bene, testone di un Berto! Andate, vi aspetteremo qui, ma state attenti!». Così Umberto Negruzzi, detto Berto, e Gino , il carabiniere, si misero in cammino la mattina dell'11 marzo 1945. Mancava solo un mese e mezzo a quello che sarebbe stato ricordato come il giorno della Liberazione dall'oppressione nazifascista, il 25 Aprile. Berto quel giorno non fece molta strada, anzi pochissima. I due lasciarono le macerie del castello, proseguendo verso il borgo. Si lasciarono anche quello alle spalle, procedendo verso Poggio Ferrato, finché trovarono sulla loro destra il sentiero che portava alla cascina La Riassa e lo imboccarono. Percorsero poche centinaia di metri, quando sentirono rumori di passi e risa sguaiate. Chi?... fu un attimo… erano della Milizia Fascista. Un botto sordo, solo, inclemente e poi un dolore fortissimo alla nuca. Mentre si accasciava aveva negli occhi il balzo veloce di Gino verso il fosso per nascondersi, fuggire e forse mettersi in salvo. Scappare, nascondersi, mettersi in salvo… e poter ancora continuare a scegliere da che parte stare, la parte "giusta". Lui era scampato all'8 settembre, ai tedeschi che lo cercavano, ai tanti rastrellamenti e ora non gli sembrava vero che la vita lo stesse "fregando" proprio mentre stava per farcela, mentre stava per finire, a qualche chilometro da casa sua, tra i suoi boschi e le sue terre, a poca distanza da quel castello che finora li aveva custoditi e protetti, come un "fortino" pietoso. Gli spari avrebbero messo tutti in allarme. Gino ce l'avrebbe fatta, gli altri si sarebbero ben nascosti. Lui, invece, cadeva lì, ai bordi di un campo, con l'ombra di un albero sugli occhi ormai vitrei e il fantasma di quel "fiore" della libertà che non avrebbe più potuto cogliere, ma che avrebbe regalato a qualcun altro, per il quale aveva fatto qualcosa anche lui, dopotutto … Quindi, viandante, turista o villeggiante che tu sia, se ti trovi in quel di Oramala, dove il castello non è più maceria, ma ben ricostruito e il borgo si anima di una vivace vita estiva, dove la natura sembra sempre uguale a sé e onnivora pare ingoiarsi le tracce della Storia che pur passò di qui, imbocca il sentiero per la Cascina La Riassa. Ha un nome nuovo, da poco coniato, si chiama il Sentiero del Partigiano… a 300 m dall'imbocco troverai il "cippo"che posero i compagni in memoria di Berto (Umberto Negruzzi, Predelle-Zavattarello, 1913- Val di Nizza 11 marzo 1945). Lascia solo un pensiero o, magari, un fiore, come tributo a quella libertà che da gente come lui fu conquistata e di cui noi siamo, o dovremmo essere, i gelosi custodi. Poi prosegui la tua passeggiata. Cristina Religioso