Carbosulcis non chiude, Alcoa invece sì

di Nicola Corda wROMA Per l'alluminio c'è un acquirente, per il carbone si profila un nuovo progetto. Nessuno si aspettava la soluzione definitiva per le industrie del Sulcis, per questo le parole rinvio e proroga risuonano come piccole conquiste. Lo sanno gli operai dell'Alcoa che per due giorni hanno presidiato il ministero dello Sviluppo economico così come i minatori della Carbosulcis barricati nei pozzi di Nuraxi Figus. Una giornata difficile quella vissuta al ministero di via Veneto: dentro i tavoli tecnici e politici allestiti per la vertenza, fuori i caschi blu e bianchi dell'Alcoa aspettavano con la tensione che saliva alle stelle. Come quando un operaio è svenuto mentre era appeso ai cancelli di un'entrata secondaria. O un altro che a Portovesme è salito sulla torre più alta dello stabilimento sardo, a 75 metri d'altezza e solo dopo una lunga trattativa con i colleghi è tornato giù. Difficile mantenere la calma quando si capisce che la multinazionale americana non ha alcuna intenzione di tornare indietro: lunedì si comincia con la fermata degli impianti, nonostante si veda lo spiraglio di un acquirente disponibile a vedere le carte e con la seria intenzione di chiudere la trattativa. Si tratta della multinazionale svizzera Glencore che ha chiesto una settimana di tempo per avviare una prima istruttoria. Un nuovo incontro è previsto il prossimo 5 settembre. «L'accordo sottoscritto mesi fa impegna l'Alcoa a spegnere gradualmente le celle elettrolitiche senza compromettere l'efficienza degli impianti», ha spiegato il sottosegretario Claudio De Vincenti aggiungendo che eventuali costi di riattivazione sono a carico dell'azienda. Traduzione: il governo non può andare oltre questo consiglio ma confida nel buon senso degli americani. Ci ha provato anche il presidente della Regione Sarda, Cappellacci, ma l'azienda sembra ferma nelle sue intenzioni. I sindacati nazionali bocciano gli incontri romani, ma quelli del territorio appaiono più realisti e sospendono il giudizio: «Quello che ci manca è il tempo - dice Bruno Usai della Rsu - il governo deve convincere l'azienda a sospendere almeno fino a metà settembre la fermata degli impianti per favorire il buon esito della trattativa». Strada stretta ma non impossibile anche perché il ministero, come conferma De Vincenti, «sta valutando anche altre possibili offerte». Non sono in fase così avanzata come quella della Glencore ma ora le condizioni possono esser favorevoli anche per altri investitori. Per il sottosegretario «il problema del costo dell'energia sarebbe superato, l'istruttoria con la Commissione Europea è a buon punto e possiamo garantirlo a prezzi competitivi in linea con gli altri paesi». Il capitolo Carbosulcis invece potrebbe prendere una strada tutta nuova con un progetto innovativo. Il piano per il carbone pulito attraverso la cattura della CO2 predisposto dalla Regione Sardegna (proprietaria al 100% della società estrattiva), andrebbe rivisto «per aggiornarlo e renderlo sostenibile con le migliori tecnologie ed economicamente sostenibile». Un progetto al quale ha mostrato grande interesse il ministro Corrado Passera che ha presieduto il tavolo allestito per la Carbosulcis. Non si parla più di chiusura dei pozzi entro il 31 dicembre, per ora i minatori incassano la promessa di una proroga di sei mesi o forse un anno del bando che ne prevede la privatizzazione. Un tempo sufficiente per adeguare il progetto ad alta tecnologia per produrre energia a emissioni zero l'unico modo per garantire un futuro all'ultima miniera di carbone in Italia. ©RIPRODUZIONE RISERVATA