FANGO SULL'ITALIA DEGLI ONESTI
di VITTORIO EMILIANI Si cerca di far salire la marea di fango fino al Quirinale, tentando così di sporcare uno degli uomini politici più integri e, non a caso, più stimati dagli italiani. Una operazione dunque in pura perdita per la già scricchiolante impalcatura della nostra democrazia e che tuttavia da varie parti si persegue con determinazione molto sospetta. Ora è il settimanale della famiglia Berlusconi a portare l'attacco, "ricostruendo" le famose telefonate che il capo dello Stato avrebbe fatto ai tempi della crisi di governo e nelle quali avrebbe espresso giudizi taglienti sull'ex premier ormai cadente, su alcuni magistrati palermitani e su Antonio Di Pietro. Che cosa si vuole? Intanto intorbidare le acque attorno al Quirinale per fare, di qui in avanti, di ogni erba un fascio e magari costruire sul fango le condizioni per l'assai improbabile ritorno del "salvatore della Patria". O, quanto meno, per allontanare dal medesimo le imminenti scadenze processuali. I magistrati di Palermo, a cominciare da Antonio Ingroia, ora si dissociano dall'uso distruttivo di intercettazioni telefoniche da loro, per la verità, definite da tempo "irrilevanti" ai fini del procedimento eventuale contro l'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino. A loro e ai colleghi di Caltanissetta va chiesto perché, se "irrilevanti", quelle conversazioni non sono state subito distrutte e perché (e da chi) sono state, al contrario, passate o sintetizzate al settimanale di Berlusconi. Ora anche l'onorevole Di Pietro, difensore politico sempre e comunque della magistratura come di una casta di "intoccabili", le definisce «un chiaro tentativo di ricatto» nei confronti del presidente - suo bersaglio preferito da mesi - augurandosi però che egli ne autorizzi la divulgazione. Augurio "avvelenato" al quale risponde il Consiglio Superiore della Magistratura: «Le conversazioni intercettate non sono nella disponibilità del Capo dello Stato, sia perché sottoposte a segreto di indagine che certo non si potrebbe istigare a violare, sia perché oggetto del conflitto di attribuzioni sollevato dinnanzi alla Corte Costituzionale che ne deve decidere liberamente il destino». Una lezione di diritto all'ex pm ed ora politico Di Pietro. Siamo così alla «torbida manovra destabilizzante» denunciata dalla nota di Napolitano. Tutto questo viene fatto accadere, badate, nel momento più delicato della crisi economica in cui il nostro Paese è immerso da tempo, proprio quando da Berlino si certifica che il nostro Paese ce la può fare da solo, senza interventi o aiuti straordinari. In questo frangente difficile (anche sul piano istituzionale) viene lanciata la palla di fango sulla facciata del Quirinale. Il gioco, per la verità, è così sporco da ricompattare un vastissimo fronte di forze politiche attorno alla figura del Garante dello Stato repubblicano. Non ci sono voci dissonanti al di fuori del già citato Di Pietro, della Santanchè, figurarsi, di Bobo Maroni e di quella, probabilmente in arrivo, di Beppe Grillo. Uno che ormai ha fatto dell'insulto una linea politica e dell'attacco a Napolitano un leit-motiv quotidiano. L'Italia, dunque, da una parte si riguadagna, con fatica e sacrificio di tutti, dei meno abbienti in specie, la stima e la considerazione europea e internazionale dopo il "buco nero" nel quale ci ha sprofondato l'era berlusconiana, dall'altra viene in modo subdolo flagellata da una campagna di discredito istituzionale con cui si cerca di infangare quanto di pulito, di onesto, di universalmente stimato il Paese ha saputo preservare e che Giorgio Napolitano impersona per primo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA