L'Iran cerca alleati per il suo nucleare
di Bijan Zarmandili wROMA E' cominciata ieri la prima giornata del summit dei «Non allineati» a Teheran, con la «Guida», l'Ayatollah Ali Khamenei, che ha rivendicato il diritto al nucleare civile per il suo paese, sostenendo che l'Iran non fabbricherà mai la bomba atomica, perché è considerato un «peccato» dall'Islam. L'Agenzia nucleare internazionale però ha accusato ieri l'Iran di bloccare la verifica del sito nucleare a Porchin e di raddoppiare l'attività nel sito Fordo. A rendere rovente l'atmosfera del vertice è stato tuttavia il neo presidente egiziano Mohammed Morsi, definendo il regime di Bashar al-Assad «oppressivo, che ha perso legittimità». Le sue parole in difesa dei ribelli in Siria hanno provocato la reazione immediata della delegazione siriana, che ha lasciato la sala, ma ha imbarazzato anche Khameini e Ahmadinejad, che forniscono Assad di armi e di uomini. Khamenei ha accusato gli Stati uniti di comportarsi all'Onu come una «forza dittatoriale», bloccando l'aspirazione dei popoli alla libertà e calpestando il diritto dei palestinesi a una patria. Nel suo intervento il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon invece ha duramente criticato il negazionismo e il rifiuto dell'esistenza di Israele, più volte in passato invocato da Ahmedinejad. Ban Ki Moon ha tuttavia ammonito Israele di non minacciare di guerra gli iraniani e questi ultimi di creare un clima di fiducia circa i loro obiettivi nel campo nucleare. I lavori del vertice si chiudono oggi, mentre la presidenza di turno del movimento, che comprende 120 paesi, passa per i prossimi tre anni alla Repubblica islamica iraniana. Kenneth M. Pollack, politologo e ex direttore della Cia, che dell'Iran se ne era fatta quasi una malattia, diceva che i persiani sono convinti di «appartenere ad una civiltà che supera i loro confini nazionali». L'Iran che assume la presidenza dei «Non Allineati» disporrà quindi di uno strumento sovranazionale (per quanto oramai obsoleto), attraverso il quale potrà soddisfare le proprie antiche inclinazioni. Intanto ad omaggiare il supremo ayatollah, Ali Khamenei, ci sono stati 35 capi di Stato e di governo, oltre alle delegazioni di numerosi altri paesi e di 17 organi sovranazionali. Di particolare peso innanzitutto Ban Ki Moon, il segretario dell'Onu, la sede in cui si dovrà prima o poi pronunciare l'ultima parola sul futuro destino dell'Iran tra la possibilità di diventare una potenza nucleare o restare in un perenne purgatorio in attesa che i mullah sloggino dai palazzi del potere, forse mediante un intervento militare. Dietro alla facciata di una capitale ripulita e sgombrata dai mendicanti, dai tossicodipendenti, dalle prostitute camuffate nel chador e dai venditori ambulanti e presidiata da 110mila uomini della sicurezza, Teheran che accoglie gli illustri ospiti continua però a dover fare i conti ogni giorno con le sanzioni e con la crescente povertà. Nel paese ci sono milioni di disoccupati e secondo le statistiche semiufficiali il 25 per cento degli occupati riesce a sopravvivere appena dieci giorni in un mese. Scarseggiano i beni di prima necessità, ma il timore più diffuso è l'eventualità di un attacco israeliano e la gente si prepara a raggiungere i numerosi sotterranei che vengono scavati un po' ovunque. Il bunker più sicuro, si dice, sarà quello di Shahriar, destinato ad ospitare «l'Unità della crisi e della guerra», in previsione dei blitz dei cacciabombardieri con la stella di Davide. Ma con Ban Ki Moon a Teheran, malgrado le proteste americane e israeliane, la Repubblica degli ayatollah potrebbe sembrare un po' meno vulnerabile agli occhi della destra israeliana e dei guerrafondai come Bibi Netanyahu e Ehud Barak. Il Segretario generale dell'Onu si è giustificato sostenendo che non poteva mancare ad un summit dei «Non allineati», ma ha assicurato che i temi che tratterà con gli iraniani riguardano il loro piano nucleare, la crisi siriana, il terrorismo e i diritti dell'uomo. Molti osservatori sostengono che, a prescindere dai risultati del summit, l'Iran ha comunque raggiunto parte dei suoi obiettivi celebrando il vertice dei Non allineati nel proprio paese. I responsabili dei paesi della regione che contano (Arabia saudita, Kuwait, Pakistan, Egitto, Libano e Qatar) sono in queste ore a Teheran e ciò rappresenta un indiretto segnale che la Repubblica islamica iraniana non è una nazione isolata nel Medioriente, malgrado i duri e costanti tentativi degli israeliani e degli occidentali. Ha contato poi la presenza di Mohammad Morsi. E' il primo presidente egiziano che viene in Iran dai tempi della caduta del regime dello Scià e la sua permanenza a Teheran, anche se per poche ore, può indicare la possibile di una mediazione per le diverse crisi in cui è coinvolto l'Iran. Morsi chiede l'uscita di scena di Assad (la tv iraniana ha censurato gli attacchi di Morsi ad Assad), ma nel suo colloquio con Ahmadinejad ha discusso della preparazione di un vertice tra Egitto, Iran, Turchia e Arabia saudita per cercare una soluzione al dopo Assad. Mancano al vertice tuttavia due personaggi chiave: il russo Putin e Ibrahim Gul, il presidente turco. Erano ambedue invitati, ma per diverse ragioni hanno declinato l'invito e la loro assenza renderà meno facile la realizzazione delle ambizioni degli iraniani per rompere l'accerchiamento occidentale. Si pensa inoltre che sarà assai arduo che i ricchi Non allineati accettino la proposta iraniana per una banca comune, in modo di permettere all'Iran di aggirare le sanzioni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA