Spettro default e tagli: la calda estate di Atene
di Pavlos Nerantzis wATENE Stop alle vacanze per un numero sempre maggiore di greci. A causa della crisi, con lo stipendio che basta appena per comprare le cose di prima necessità, la disocupazione alle stelle (22 per cento quella ufficiale, più del 30 per cento secondo i sindacati) e una depressione sociale generalizzata, le ferie estive sembrano un lusso. Andare a far visita ai parenti nei paesi di origine in montagna o in un'isola, possibilmente ospiti di amici, oppure rimanere a casa è la scelta quasi obbligatoria per la stragrande maggioranza dei lavoratori (8 su 10). Certo, nelle isole di Mykonos, Santorini, Rodi, Corfù, Creta, posti che raccolgono soprattutto i soliti personaggi del jet set nazionale e gente famosa dello show biz locale la crisi si vede poco e la bella vita estiva prosegue come se niente fosse, o quasi. Nella capitale ellenica, invece, a distanza di due mesi dallo scrutinio del 16 giugno che ha dato la vittoria ai conservatori di Nea Dimokratia, il nuovo governo di coalizione con i socialisti del Pasok e i moderati della Sinistra Democratica (Dimar) non ha fatto passi concreti. Non è riuscito almeno finora a promuovere le riforme strutturali tanto volute dalla troika (Fmi, Ue, Bce). La crisi economica si aggrava e altrettanto si appesantisce la recessione (nel secondo trimestre il Pil è arretrato del 6,2 per cento) mentre le promesse pre-elettorali fatte dal nuovo premier, Antonis Samaras che «non ci saranno nuovi tagli agli stipendi e alle pensioni» sono svanite nel nulla appena ha prestato giuramento di fronte al presidente della Repubblica. Non a caso nell'arco di poche settimane tre ministri del nuovo governo (finanze, marina mercantile e lavoro) si sono dimessi. I ritardi sull'applicazione di quanto è stato concordato con la troika e i problemi di intesa e di coordinamento in seno al nuovo governo di coalizione - in realtà fortemente caratterizzato da Nea Dimokratia - fanno pensare che, oltre al cambio della guardia tra socialisti e conservatori, in realtà nel sistema politico non sia cambiato nulla rispetto a prima delle elezioni di giugno. Atene deve ancora fare i conti con un problema di fondo: la rigidità di Bruxelles e soprattutto di Berlino in parte soltanto giustificata dalle vane promesse dei governi ellenici. Perché in realtà Angela Merkel vorrebbe dare alla Grecia una punizione esemplare. Il messaggio dell'Unione europea al nuovo ministro delle finanze, Jannis Stournaras, un tecnocrate di prestigio, è chiaro: non si può parlare di una proroga di due anni sugli obblighi presi in cambio degli aiuti economici, come vorrebbe Atene, se prima non ci saranno dei passi concreti per il risanamento dei conti pubblici. Che in pratica vuol dire nuovi tagli e nuovi licenziamenti nel settore pubblico nonché mettere in moto il processo delle privatizzazioni contenuto nel memorandum di intesa firmato dal governo precedente, quello di Papademos. E se per le riforme strutturali un numero sempre maggiore dei greci, comprese le forze dell'opposizione, si rende conto che sono necessarie, per i nuovi sacrifici tutti pensano che le misure previste dal memorandum siano sostanzialmente inapplicabili. Tenendo conto della situazione di impoverimento in cui si trova la maggioranza dei cittadini, è, per esempio, assolutamente utopistico pensare che in caso di un surplus primario del bilancio dello stato, i proventi possano andare direttamente ai creditori internazionali. Bisogna, in altri termini, porsi degli obiettivi realisticamente raggiungibili e soprattutto meno destabilizzanti sul piano politico e sociale, per evitare una nuova e forse più massiccia ondata di proteste in autunno. Per i partner europei, però, queste osservazioni sono inaccettabili e fanno notare che nel caso in cui ad Atene venisse concesso più tempo, una proroga di due anni, ciò causerebbe un esborso maggiore degli aiuti compreso tra 10 e 50 miliardi di euro. Una cifra che molti paesi dell'eurozona non sono disposti ad accollarsi. Secondo il settimanale tedesco Der Spiegel, il Fondo Monetario ha informato i vertici europei di aver perso la pazienza con Atene e che se il governo ellenico dovesse ottenere un ulteriore rinvio della scadenza posta dalla troika (2020) per ridurre il suo debito a circa il 120 per cento del Pil, ciò potrebbe rendere necessari nuovi aiuti finanziari, cui il Fondo monetario, guidato dalla francese Christine Lagarde, non sarebbe disposto a partecipare. E per il quotidiano Die Welt le banche tedesche si stanno preparando già da mesi ad un eventuale default della Grecia. Proprio a causa della crisi, però, la Grecia sta diventando una destinazione a basso costo per gli altri, europei e asiatici. Già da primavera operatori turistici e albergatori erano in fermento. Dopo tre anni di una crisi senza precedenti, il settore turistico, considerato l'industria pesante del paese, era a grosso rischio. Gli introiti del turismo, quasi il 16 per cento del Pil nel 2011, sarebbero calati ancora di più rispetto all'anno scorso. La mobilitazione dell'Ente del turismo, però, sembra aver evitato una catastrofe ed invertito una tendenza che avrebbe potuto mandare definitivamente a fondo il paese. ©RIPRODUZIONE RISERVATA