Pavia racconta le «case di piacere»
PAVIA Arrivano alla spicciolata, curiosi. E ai piedi del Broletto la premessa è interessante: «Vi racconteremo la storia delle case di tolleranza di Pavia, ma senza fare nomi, perché qualche signora è ancora viva e magari gli eredi non gradiscono». Anche se il titolo della passeggiata (organizzata dall'associazione Koinè con il patrocinio del Comune) è «Tra peccato e tolleranza» si fa fatica a chiamarle prostitute. «E Pavia era molto nota per l'abilità delle sue belle», dice la guida. A seguire Samantha Piazzolla venerdì sera ci sono una cinquantina di persone. L'inizio è sacrilego: prima tappa sotto il vescovado. «C'era una stretta connessione tra clero e prostituzione – spiega la guida – le prostitute erano spesso molto ricche e facevano delle donazioni per costruire le chiese. E la Chiesa poteva accettarle purché al momento della donazione le donne fossero particolarmente contrite». Parla in generale la guida, ancora il percorso non è entrato nel vivo della storia pavese. Ma bastano pochi passi dal Duomo. «In via dei Liguri – racconta Samantha al serpente di persone che si stringono nel vicolo – c'erano tre case di tolleranza. Non dovevano essere riconoscibili, ma perché fossero comunque individuabili veniva esposta una lanterna». Un salto nella storia. «In epoca viscontea Gian Galeazzo aveva firmato una legge per riconoscere le fanciulle. Potevano uscire solo al sabato, ma dovevano indossare un mantello». Si fa tappa davanti alla chiesa di San Teodoro. «Qui i davanti – indica la guida – si dice ci fosse un postribolo: nel portone si vedono ancora due donne in arenaria che si toccano le parti intime». Aneddoti. C'erano case definite "da battaglia" con le prostitute che avevano fino a trenta clienti a notte. E riferimenti letterari, come al «Vampiro di piazza Cavagneria» di Mino Milani in cui il protagonista risolve un giallo grazie a una prostituta della zona. Poi un signore si avvicina alla guida: «Scusi, ma non facciamo tappa in via della Rocchetta? Lì c'era un bordello. Così abbiamo sentito dire». Ci si passa al volo, ma poi l'aneddoto finale è su Voghera, tornando alla notte tra il 19 e il 20 settembre 1958. La notte della festa per la chiusura delle case chiuse. C'è un «si racconta». Il mattino del 20 settembre la "Monza" passa davanti al bar Ligure con una vespa nuova. Gli uomini ai tavolini la guardano, il vocio si fa insistente. «Me l'avete comprata voi». Poche parole, silenzio e applausi. su Twitter @MariannaBruschi