L'Ilva: «Non lasceremo Taranto»
di Natalia Andreani wROMA Mentre il tribunale del Riesame ha fissato al 3 agosto l'udienza in cui si discuterà il provvedimento di sequestro giudiziario dei sei reparti per le lavorazioni a caldo dell'Ilva di Taranto, tra gli operai del polo siderurgico più grande d'Europa montano la rabbia e la protesta. Dopo una notte di cortei, sit -in in prefettura e affollate assemblee che hanno confermato lo sciopero ad oltranza, ieri mattina cinquemila lavoratori dello stabilimento sotto inchiesta per disastro ambientale hanno dato il via al blocco delle tre strade statali che si dipartono verso Brindisi, Bari e Reggio Calabria provocando ingorghi chilometrici. Una giornata campale proseguita nel pomeriggio con l'irruzione in Municipio e l'occupazione dei locali. Il consiglio dei ministri ha intanto esaminato le misure urgenti per la bonifica per la quale sono stati stanziati 336 milioni di euro. E il ministro dell'Ambiente Corrado Clini ha illustrato i contenuti del protocollo d'intesa sottoscritto il 26 luglio con gli enti locali per la riqualificazione dell'area. «Abbiamo la possibilità concreta di seguire esattamente quello che era già stato previsto e stabilito ancor prima che la magistratura intervenisse. La situazione attuale suggerisce caldamente all'impresa di assumere un atteggiamento più collaborativo con le amministrazioni e di non resistere alle prescrizioni e alle misure che le sono state indicate. Noi vogliamo la continuità produttiva», ha spiegato Clini secondo il quale «qualora maturasse la convinzione che il percorso di risanamento dell'Ilva possa essere guidato per via giudiziaria, allora si determinerebbe sicuramente un conflitto tra poteri». Le parole di Clini non convincono però i lavoratori disperati: «In Italia le bonifiche non vengono fatte da oltre 12 anni e a Taranto da 50 anni», ha detto ieri uno di loro. Anche il governatore della Puglia Nichi Vendola ha cercato di rasserenare gli animi: «Il sequestro non significa lo spegnimento dell'Ilva che deve invece interloquire con la procura», ha detto Vendola. «Dobbiamo trasformare quello che sembra un incubo in una grande opportunità per la Puglia. La sfida è coniugare le ragioni dell'ambiente e le ragioni dell'industria», ha concluso il Governatore. Ma il caso Ilva «mette a rischio, proprio in un momento così delicato per l'Italia, la stessa vocazione industriale del nostro paese», tuona il leader degli industriali, Giorgio Squinzi parlando di «un segnale difficile da comprendere per gli investitori, soprattutto esteri». Anche più duro il presidente dell'Ilva spa, Bruno Ferrante. «E'un decreto particolarmente pesante per la società. E anche se si dice di voler tutelare l'integrità degli impianti la chiusura sarebbe irreversibile». «Rispettiamo il ruolo della magistratura, ma abbiamo pieno diritto a tutelarci nelle sedi previste dalla legge», ha aggiunto Ferrante invocando la via del dialogo e affermando che «il gruppo Riva non ha alcuna intenzione di lasciare Taranto». Ma quel dialogo per il Gip non c'è mai stato. «Non vi sono dubbi che gli indagati erano perfettamente al corrente che dall'attività del siderurgico si sprigionavano sostante tossiche nocive alla salute umana ed animale», ma «nessun segno di resipiscenza si è avuto» da parte loro poiché «hanno continuato ad avvelenare l'ambiente circostante per anni» si legge nell'ordinanza emessa. Un' «attività emissiva che si protrae dal 1995 ed è ancora in corso in tutta la sua nocività». ©RIPRODUZIONE RISERVATA