E PER UN PO' SCORDIAMO LO SPREAD
di VITTORIO EMILIANI Non era mai accaduto, credo, che il segretario generale delle Nazioni Unite corresse una sua frazione per portare acceso il fuoco di Olimpia a destinazione. Stavolta abbiamo visto Ban Ki Moon vestito di bianco con la torcia in mano, per le strade che portano a Londra. Penso che dobbiamo conservare questa immagine come un segnale importante, come un ritorno all'antico spirito di pace delle Olimpiadi elleniche. Vogliamo illuderci? Certamente sì. Gli uomini schierati per la sicurezza saranno 42.000 e il budget riservato ad essa supera di un bel po' il miliardo di euro. Però vogliamo illuderci, vogliamo sperare, vogliamo vivere queste Olimpiadi al tempo della crisi e della recessione globale come un momento di ottimismo, di vitalismo, di bellezza rallegrante e gratificante. All'inaugurazione erano vicini Angela Merkel e François Hollande, spesso antagonisti nelle complesse, allarmanti vicende dell'euro, e qui invece fianco a fianco, più uniti in fondo dopo le incisive dichiarazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, che ha messo a nudo il vero "falco" della situazione, la Bundesbank, la banca centrale tedesca. Nei sedici giorni di gara cerchiamo insomma di dare più importanza al grande spettacolo dei giochi che allo spread o agli indicatori di Borsa, di scrollarci di dosso il cilicio dei sacrifici, visto che ne abbiamo già fatti parecchi. Nel mondo antico le Olimpiadi partirono con una sola gara, lo stadion, la corsa sulla breve distanza, e poi divennero sempre più ricche. Finché il religiosissimo imperatore Teodosio, nel 393 d.C., non le abolì, giudicandole spettacolo pagano di edonismo e di corruzione. Ci vollero tredici secoli per recuperarle in chiave moderna, ad Atene, nel 1896, grazie al barone Pierre Frédy de Coubertin, anche se alle donne le gare si aprirono soltanto nell'edizione parigina del 1900. Un fatto scandaloso per bigotti e passatisti. A Londra, nel 1948, vigeva ancora il dilettantismo. La piccola Italia da poco uscita da una guerra devastante dominò nel lancio del disco con due grandi atleti: lo statuario Adolfo Consolini, nato nella campagna veronese, e il gigantesco Beppone Tosi, novarese di Borgo Ticino. Il primo era stato assunto come magazziniere alla Pirelli e il secondo militava fra i corazzieri. Era ancora abbastanza vero il motto decoubertiniano che l'importante fosse partecipare, battersi bene, e non vincere. Ma le ipocrisie non mancavano di certo. In queste Olimpiadi gli inglesi hanno investito oltre 11 miliardi di euro. Appena un terzo del budget olimpico dei cinesi per Pechino: 26,5 miliardi. Ma quale sarà il bilancio economico finale di questi terzi Giochi Olimpici londinesi dopo quelli del 1908 e del 1948? Finora il maggior successo l'hanno ottenuto gli organizzatori dei Giochi di Los Angeles (1984) con un utile di ben 250 milioni di dollari, avendo però solo due impianti da costruire ed essendo riusciti a coinvolgere in toto i privati. Altra congiuntura economica all'epoca. Ad Atlanta (1996) i conti si chiusero in pareggio con una ricaduta però positiva sulla città. Com'era successo nel 1992 a Barcellona col suo sostanziale restyling e un deciso lancio nell'orbita del turismo internazionale. Decisamente meno bene sono andate le cose nel 1976 a Montreal dove organizzazione e bilanci fecero acqua. Ad Atene, nel 2004, andarono bene i Giochi e malissimo i conti, e il Paese finì in ginocchio. Londra non aveva bisogno di lanci turistici di sorta. Le società di consulenza hanno previsto risultati prudentemente positivi. Il Regno Unito non è più imperiale e però il mito britannico non accetta di essere appannato, incrinato. Lo verificheremo in questi sedici giorni di gare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA