Senza Titolo

Eravamo in un periodo di coprifuoco. Per circolare fuori orario occorreva avere il permesso ma era consentita la circolazione fuori orario se si andava a Teatro e il permesso era il biglietto del teatro. Quella sera c'era in programma l'opera Tosca al Kursal in corso Cavour. Al ritorno, tutta la città era deserta e noi tornavamo allegramente nel buio e nel silenzio. Eravamo in Strada Nuova in visita dell'arco dell'Amati all'entrata del Ponte Vecchio che noi avremmo attraversato per raggiungere le nostre abitazioni in Borgo Basso (via Milazzo). Nel silenzio, era circa mezzanotte e mezza, ho sentito il rumore che fanno gli scarponi di un passo cadenzato. Era un plotone di soldati in giro di notte, mi sembrò una novità e ci siamo quasi fermati a guardarli. Costatai che erano soldati, una novità per Pavia: avevano la sede della loro caserma sul Viale, dove oggi c'è la polizia stradale. Portavano una divisa grigia quasi azzurra con il fileto d'argento sul colletto. Parlavano con accento fiorentino e ci dissero che erano ufficiali o perlomeno facevano il corso da ufficiale. Erano tutti laureati o diplomati. Ci attorniarono e mai l'avrei pensato perchè di solito questo atteggiamento lo tenevano quelli della Muti. Fascisti in divisa nera con la testa da morto al petto. Le ragazze spaventate scapparono e raggiunsero l'entrata del Ponte e a noi chiesero i documenti. Pensavo che la vista del biglietto del Teatro li avrebbe convinti a lascirci andare. Tant'è che uno, ricordo, disse: «Lasciamoli andare, ci sono le ragazze che sono spaventate». Il comandante invece ci chiese i documenti. Io mi ricordai che nel portafogli piegato avevo il giornale Bandiera Rossa, che avevamo stampato la sera prima. Dissi che la carta d'identità non l'avevo e feci segno con la mano allungandola dove abitavo. Mi guardarono con la pila illuminata e constatarono la mia mutilazione e si convinsero che sicuramente ero riformato dal servizio militare. C'erano con me Roberto e Angelo, il primo era ancora troppo giovane, ma Angelo era renitente e quindi rischiva. Mi ricordo che si scusò dicendo che non si era ripresentato dopo l'8 settembre perchè non trovava più il suo reggimento. Allora gli dissero che doveva seguirli in caserma, ma io mi opposi e gli dissi che se portavano via lui sarei andato là anch'io e che se non tornavamo a casa tutti e tre sua mamma sarebbe impazzita dalla paura. Presero allora la decisione di trattenergli i documenti e che si sarebbe presentato in caserma la mattina seguente. In effetti gli è andata bene perché il mattino seguente si è presentato e non sapevano dove inquadrarlo. Gli hanno dato una divisa e la sera seguente venne a casa in libera uscita. A me è andata bene perchè se scoprivano che avevo in tasca un giornale clandestino chissà che interrogatorio ci sarebbe stato e avrebbero passato un grosso guaio nella tipografia dove lavoravo. Era rischioso ma mi onorava di essere scelto per dare una mano ad aiutare i partigiani nella Resistenza. Ero stato riformato dal servizio militare per evidente mio difetto ottico (mancante del globulo destro). Lavoravamo per il C.L.N. e durante la composizione del giornale in tipografia tenevano dalle riunioni alcuni personaggi che dopo la liberazione sono stati eletti consiglieri. Lo facevo con entusiasmo perché ero contro la guerra e contro il fascismo. Ero iscritto clandestinamente almPartito comunista. Ricordo che la prima sede provvisoria dopo la Liberazione era in via Mazzini, dove ora sta la libreria Ticinum. Seguitai con passione a stampare la propaganda antifascita. Anche dalla Federazione socialista arrivò una commessa propagandistica molto importante. Stampavamo quindicinalmente una loro rivista intitolata «Quarto Stato» e io avevo il compito dell'impaginazione. Quando gli articoli erano precedentemente composti in linotype arrivava da Milano una giornalista e mi seguiva nell'impaginazione e in un pomeriggio tornava a Milano con le bozze pronte per la revisione e la stampa. Erano tempi brutti e pericolosi, si rischiava la vita, ma la gioventù è bella da ricordare specialmente se in qualche maniera hai contribuito, seppure nel pericolo, alla causa che ti sta a cuore. Rino Zucca