Stato-mafia, atto finale Palermo presenta il conto
di Natalia Andreani wROMA Alla fine sono rimasti da soli i pm del pool antimafia coordinato dal procuratore aggiunto di Palermo, Antonino Ingroia. Soli davanti alle richieste di rinvio a giudizio - dodici in tutto - che chiudono la delicata inchiesta sulla trattativa, o meglio sulle trattative intercorse tra Stato e mafia a cavallo degli anni 1992, 1993 e 1994, gli anni delle stragi e delle bombe. In calce al provvedimento consegnato al Gip - che ha cinque giorni di tempo per decidere la data dell'udienza preliminare - manca la firma del procuratore capo Francesco Messineo. Messineo, già in occasione del decreto di chiusura indagini non aveva sottoscritto l'atto sostenendo che dal punto di vista procedurale la sua firma non era necessaria. Ma ieri la cosa si è ripetuta anche se "il capo" avrebbe «vistato». «Una presa d'atto che non significa condivisione nè assunzione di responsabilità», commenta in Procura chi, già un mese fà, aveva criticato la presa di distanze di un magistrato ritenuto molto prudente e in attesa della pronuncia del Csm sulla sua nomina a Procuratore Generale di Palermo. La richiesta di giudizio è comunque arrivata al gip con le firme di Ingroia e dei sostituti Francesco Del Bene, Nino Di Matteo, e Lia Sava. I destinatari sono gli ex ministri Nicola Mancino e Calogero Mannino, il senatore del Pdl Marcello Dell'Utri, l'ex capo del Ros Antonio Subranni, il generale dell'Arma Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno. E poi i capimafia Totò Riina, Bernardo Provenzano, Nino Cinà, Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella. Con loro anche Massimo Ciancimino, figlio di don Vito ex sindaco mafioso di Palermo che deve rispondere di concorso in associazione mafiosa e calunnia. A Mancino, in particolare, viene contestata la falsa testimonianza in un fascicolo stralcio in cui sono confluite anche le conversazioni intercettate col Capo dello Stato e il consigliere giuridico del Colle Loris D'Ambrosio (vicenda che ha portato Napolitano a sollevare conflitto di poteri davanti alla Consulta). Gli altri sono invece accusati, a seconda delle posizioni, di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato e concorso in associazione mafiosa. Tutti avrebbero partecipato alle trattative avviate fra il '92 e il '93 per mettere fine allo stragismo mafioso dei corleonesi e fermare i killer che avevano nel mirino politici ed esponenti dello Stato. Cosa chiedeva la mafia per fermare le bombe? La risposta era arrivata nella forma di un "papello": tra le dodici richieste anche l'attenuazione del regime carcerario del 41 bis. Ma quel patto aveva un fiero avversario. Paolo Borsellino, il giudice ucciso da un' autobomba il 19 luglio 1992, 57 giorni dopo Giovanni Falcone. Su quella strage la verità è vicina. Ma il resto del lavoro, dicono i pm, può farlo solo una commissione parlamentare d'inchiesta. Su più filoni altre indagini sono comunque in corso. Ad esempio sulla presunta estorsione fatta da Dell'Utri al Cavaliere, in cambio di un rinnovato silenzio processuale. Ieri i pm hanno ascoltato per due ore la figlia dell'ex premier, e presidente Fininvest, Marina Berlusconi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA