Senza Titolo

Mia zia Rosetta, la prima delle sorelle di mio papà, abitava a Sangiorgio ed era nata però a Buenos Ayres perchè figlia di emigranti (Cergnago di nascito mio nonno e Sangiorgio mia nonna) si erano sposati in Argentina. Un salto di qualità perchè, avendo varcato l'oceano (pasà al sguass) non erano più «paesani» ma ciacarè. A sua volta sposata con un ciacarè, abitava in un caseggiato lungo (un po' come le villette a schiera) in un cortile dove ogni famiglia disponeva del proprio appezzamento: due grandi locali a piano terra, mansarda, cortiletto per le galline, stabi per il maiale, ripostiglio per la legna, davanti un piccolo orto ed un'uscita per conto suo sulla via principale. Era pulita e ordinata la sua casa: credenza tavolo e sedie ben lucidate; letto alto che ci voleva la scala per salirvi, ma di piuma d'oca, lenzuola candide come la neve, armadi e comò massicci di arte povera insomma e lucidate con l'olio rosso. In un angolo della camera c'era un baule che io, bambina di 7-8 anni curiosa le ho chiesto di farmi vedere cosa contenesse. Era il baule che aveva fatto la traversata sul bastimento perchè portava una targhetta di metallo con il cognome inciso. Dentro c'erano lenzuola ricamate a orlo a giorno, iniziali, greche e ricami vari che «Mani di fata» se li sogna. Anche per lei, però, erano un sogno: le guardava e basta, era la sua dote e doveva passare ai figli o ai nipoti... un domani. Io abitavo a Vigevano e, invitata, andavo a trovarla alla vigilia della festa di San Giorgio, il 22 aprile. Ricordo che prendevo la corriera delle autolinee Stav sul piazzale della fiera e mi stupivo che il bigliettaio mi chiedesse dove andavo: io pensavo che lui dovesse sapere che io andavo a San Giorgio, non c'era bisogno di chiedermelo. Quando arrivavo mi faceva proprio festa e ricordo che mi accompagnava nella camera al piano di sopra dove sul comò c'era una vera esposizione di torte cotte per l'occasione dal fornaio del paese. Tre erano le qualità: turta dal paradis, turta vento (con una crosta screpolata) e turta varulà (crema e cioccolato). A me non sono mai piaciute le giostre e lei, tutta contenta perchè non le facevo spendere soldi, quando veniva sera mi diceva: «Drianen (Adrianina) 'duma al tiatar dla calubiena?» – «Dua l'è zsia? – Suta al linsô e la quèrta ad lèna!». Correva l'anno 1952 o giù di lì... Adriana Ferrugiari