Senza Titolo

Carlo era un ragazzotto che dimostrava buone attitudini a diventare provetto barbiere. Appena gli fu consentito, per l'età, entrò da Tonino che aveva il negozio sotto i portici della via principale come garzoncello. Il barbiere ebbe presto coscienza della abilità del ragazzo e fu ben lieto di insegnargli i primi rudimenti del mestiere ma Carlo non si voleva accontentare, desiderava un futuro nell'arte, una carriera, un negozio, clienti suoi, una attività impostata secondo le sue idee "moderne". Così, dopo aver passato alcuni mesi a rader barbe e sfoltir capelli ai compaesani, si sentì pronto ad affrontare il "mercato" della città. Passata l'estate, una mattina Carlo inforcò il suo motorino, imboccò la Statale e si recò in città. Barbieri ve n'erano in ogni via e piazza, non gli sarebbe stato difficile diventare aiutante presso uno di loro. Trovò aperta la vetrina del Libero, un professionista con la bottega nei pressi della Stazione. Un posto dove il lavoro certo non mancava. E il Libero lo tenne in prova e ne rimase soddisfatto ma, come si usava allora, gli fece fare il "caplaur" e lo obbligò a passare l'esame di abilità nell'uso del rasoio. Così architettò un trucchetto per prenderlo alla sprovvista e con una scusa si allontanò dalla bottega dicendo: "Vegni indre sübit" e lasciò il povero Carlo, solo, in attesa dei clienti. Il primo a varcare la soglia fu appunto un attempato frequentatore, affezionato al Libero come un fratello ma esigentissimo in fatto di barba. Carlo avvisò di essere solo. Il cliente si accomodò sulla poltrona, si fece mettere il bavaglione, si lasciò insaponare e si rassegnò, in cuor suo, a subire, minimo, qualche graffio. Carlo lo servì di tutto con attenzione. Subito dopo le prime passate tornò il Libero, forse, a suo modo, impensierito. Al vederlo l'amico lo apostrofò: "De, Libero, quèstchì al gà la man d'òra, tegnal da cünt nèh!". Carlo si accorse di aver superato la prova. Incredibile, ricevette persino la mancia. Libero allora decise finalmente che poteva assumere il garzone e alla chiusura della sera del sabato gli consegnò la giacca bianca da lavorante. Giacca bianca! Libero gli raccomandò di averne la massima cura. Carlo tornò a casa con l'involto e affidò la giacca alla zia sarta la quale con pazienza e perizia, la trasformò in un indumento ancora portabile. Era ormai inverno anche a Pavia, si era a due giorni da Natale e Carlo senza nemmeno farci un pensiero, quella mattina arrivò sul lavoro un po' più congelato del solito ma puntuale. Al vederlo, Libero gli disse: «Aspetta a cambiarti, devi portare quell'antina al farmacista del Corso che me l'ha chiesta in prestito. Va bene?». «Sicuro», rispose Carlo. Attraversò il piazzale della Minerva e poco dopo eccolo entrare in farmacia con l'oggetto. «Buongiorno dottore, mi manda il Libero a fare questa consegna. Dove la metto?». Il farmacista ribattè: «Ma nò, cume al sòlit al Libero l'ha capi gnent. L'antina, va, fàm un piašè, portagla al café dal Politeama. Digh ca 't mandi mi. Grasie neh, ciau». Carlo salutò, riprese l'antina e raggiunse il bar del Poli. Qui si meravigliarono per la strana consegna, ma forse andava sotto i portici di piazza della Vittoria, «Oh già! Va pure Carlo, passeremo per gli auguri di Natale». Così Carlo che portava l'anta da mezz'ora, si ritrovò per Strada Nuova incamminato verso la Cupola Arnaboldi, per un altro indirizzo. Poi incrociò il fattorino del mercante che a sua volta portava un'anta chissà dove. «Dove vai», domandò. L'altro spiegò che non riusciva a concludere l'incarico perché a ogni indirizzo gliene davano no nuovo. Finalmente un formaggiaio di Piazza Cavagneria lo fermò prima che entrasse in Duomo. «Carlo indè ca 't pòrtat l'anta? In Dòm? Va, portagla indre al Libero e digh insì che urmai tüti i san che incö l'è l'Anti vigilia e ti fai al tò duer da purtà l'anta». Con la sua anta sottobraccio Carlo tornò alla bottega. Libero lo accolse con una risata ma Carlo fu pronto a parare la bottà: «Libero la tò anta la vör nisün parchè la storia dl'antivigilia l'è vegia tanme ti». E deposta l'antina dove l'aveva presa, uscì a prendere un caffè. Giovanni Segagni