Senza Titolo

Quando ero piccola (avevo circa quattro anni), ai tempi della guerra, un giorno andai dai miei nonni che abitavano alla "Romana", una cascina immersa in un grande prato che oltrepassavo correndo, da cui sbucavo, sulla destra della strada, in un'osteria gestita dalla signora Stella. Mi salutava sempre … Un giorno arrivai sotto il portico. Cominciarono i bombardamenti: mio zio correva in cerca della moglie, io scappai spaventata col cuore in gola in casa dei nonni. Mia zia Anna, che ancora oggi a novantacinque anni ricorda con me quei momenti, un po'sorridendo e un po' con gli occhi lucidi, appena mi vide mi strinse a sé, più forte che poteva e con le sue mani mi tappò le orecchie per non farmi sentire il rumore fragoroso delle bombe. Insieme recitavamo le preghiere perché la guerra finisse. Una volta mi svegliai gialla: tutta la mia pelle del mio corpicino era gialla. Dissero che avevo l'itterizia: avrei dovuto stare a letto più di un mese. Una "maga" - allora le mie nonne si erano rivolte a lei, non credevano nella scienza medica - disse loro: «E' lo spavento; spavento scaccia spavento». Nonna Elinda, nonna Maggiorina e zia Anna mi ricoprirono di stracci bianchi; mia madre mi chiamò e io corsi da lei, a un tratto puf… fui sommersa d'acqua che mi lanciò la zia di nascosto. Urlai, le diedi della stupida, piansi e gridai di spavento. Non fui più gialla da quel giorno: la mia pelle aveva ripreso il suo colorito roseo. "Spavento scaccia spavento". Non valse però per sempre così. Ricordo ancora con ansia quel giorno in cui improvvisamente cadde qualcosa dal cielo… credemmo tutti che fosse una bomba: la nostra bomba. La zia Anna ci andò vicino con coraggio, mentre tutti scappammo indietro; prese un ferro della stufa e cominciò ad ispezionare: era un pacco di cotone. Eravamo salvi. Durante l'inverno la Guerra sembrava ancora più lacerante che mai. Il freddo, il gelo, il buio, correvamo con la neve fino alle ginocchia. Ricordo un signore, detto Carlon, era zoppo. Eppure correva, finchè non restò imprigionato in un fosso chiedendo disperatamente aiuto. Voleva uscire e correre anche lui… Oggi sfoglio delle fotografie in bianco e nero risalenti a quel periodo, quelle poche che potevamo scattare e quelle poche che non sono andate perdute: sono composta, ho un bel vestitino, un fiocco in testa - ricordo che era di colore rosa - ma il mio viso è spaurito, ho gli occhi grandi, spalancati. Lo sgomento inconscio di ciò che accadeva intorno è stato fotografato con me e tutti possono leggerlo nei miei occhi guardando quelle fotografie, che sono divenute testimoni senza parole di una guerra, il cui nome oggi più che allora mi fa ancora paura. Piera Covini