San Raffaele, altri 3 arresti e maxi furto da un milione
MILANO Al San Raffaele «c'è ancora chi lavora con attitudine predatoria, si impossessa di beni sottocosto e ruba dove può rubare». Ne sono convinti i pm di Milano che indagano sul dissesto dell'ospedale e ieri hanno arrestato, per tentata estorsione e incendio, il responsabile della security Danilo Donati insieme a due colleghi, Vito Cirillo e Francesco Pinto, accusati di aver rubato dal caveau della struttura un milione di euro in contanti e titoli. A Donati, in particolare, viene contestato di aver provocato l'incendio del quadro elettrico di un campo sportivo confinante con l'ospedale. Il reato sarebbe stato commesso su mandato del fondatore dell'azienda ospedaliera, don Luigi Verzè, morto nei mesi scorsi e di un dirigente del San Raffaele per il quale però è stata respinta la richiesta di arresto perché il gip ha ritenuto non sussistere più le esigenze cautelari. Nell'ordinanza si fa riferimento anche al reato di tentata estorsione che sarebbe stato commesso per indurre l'imprenditore Andrea Lomazzi a risolvere anticipatamente un contratto di locazione con la fondazione e consentire così a quest'ultima di rientrare nella disponibilità di alcuni terreni vicini al San Raffaele, sui quali sviluppare nuove iniziative immobiliari. Lomazzi aveva in affitto un campo sportivo preso di mira a più riprese con quella che i magistrati definiscono una «violenta campagna». Tra settembre e ottobre del 2003, ad esempio, un campo di calcio era stato ricoperto con del catrame. Non solo. Il 10 aprile dell'anno successivo venne incendiato il centro sportivo di via Olgettina «con integrale distruzione dell'immobile adibito a spogliatoi», mentre il 30 maggio del 2006, nello stesso centro fu ancora appiccato il fuoco. Per l'accusa, negli anni a seguire, fino al 2010, quando venne «anticipatamente rilasciata l'area alla fondazione», sarebbero stati compiuti «ulteriori atti di sabotaggio, come l' interruzione della corrente elettrica, con cadenza settimanale a partire dal 2007». Don Verzè chiese persino al generale Niccolò Pollari, quando era direttore del Sismi, un suo intervento per far partire verifiche fiscali ad hoc «al solo fine di scoraggiare le attività» della società che gestiva il centro sportivo. Per quanto è stato possibile accertare Pollari fece cadere la richiesta di Don Verzè che, quindi, non ebbe alcun seguito. Cirillo e Pinto avrebbero invece messo a segno il maxi furto nella cassa continua situata nei locali della Fondazione Monte Tabor: era il 13 luglio 2011, pochi giorni prima del suicidio di Mario Cal, all'epoca braccio destro di don Verzè. Un colpo «preparato in maniera certosina» al punto che secondo il gip gli indizi a carico dei due, che avrebbero aperto la cassa «forzando e rimuovendo un portellone metallico di sicurezza», non lasciano spazio «a interpretazioni alternative». Dalle indagini è emerso che avrebbero pure manomesso l'impianto di videosorveglianza, di cui solo loro conoscevano il funzionamento, per non farsi scoprire. Tra i reati contestati c'è infine anche l'incendio dell'auto di un professionista alle dipendenze di uno dei fornitori del San Raffaele perché si era rifiutato di compiere atti di sabotaggio contro il centro sportivo.(m.v.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA