COSÌ CESARE PUÒ CAMBIARE IL CALCIO

di STEFANO TAMBURINI Non si era ma vista, almeno dalle nostre parti, una squadra di calcio più avanti del paese che rappresenta. L'Italia del pallone ha vinto molto, negli anni della preistoria e in quelli più recenti. Mai però era accaduto che con una sconfitta si potesse finire per prendere lezioni da un ct per quello che ha saputo fare sul campo e fuori. Ieri Cesare Prandelli, con toni pacati, non lo ha mandato a dire: «L'Italia è un Paese vecchio, noi abbiamo provato a innovare e sarebbe stato bello vincere. Ma avrebbe rotto gli equilibri». In sostanza, non eravamo pronti. Eh sì, con la coppa al cielo si sarebbero alzati anche gli scudi di quelli che pensano che tutto debba restare com'è, con la Lega calcio a tenere sotto scacco la federazione. Invece questo ct ha lanciato qualche messaggio che non possiamo permetterci di non raccogliere: il primo è che il calcio non è solo lo schifo che esce dalle indagini delle procure di mezza Italia; è anche la gioia di giocare bene e di provare sempre a vincere e con un codice etico alla base. Insomma, chi si comporta male non gioca. Sembrerebbe scontato, invece non è mai stato così. Altro messaggio: della nazionale non frega niente a nessuno per undici mesi all'anno, poi si arriva ai Mondiali e agli Europei e tutti lì a pretendere chissà cosa. Di fatto, il ct ha detto: «Se volete resto, ma non se andiamo avanti così». È riuscito a stanare – e chissà per quanto – il collezionista di poltrone Giancarlo Abete, presidente federale che dal 1979 ne occupa almeno una. Dopo una serie infinita di «non so se rendo l'idea» e «voglio dire», Abete alla fine l'ha fatto capire: la nazionale dovrà contare di più. Ora i presidenti di società non possono proferir parola: sarebbero travolti dalle pernacchie, anche perché non hanno fatto una bella figura disertando in massa la finale di Kiev. Inoltre non è certo cosa lontana la loro richiesta di indennizzi per l'utilizzo di giocatori e risarcimenti in caso di infortuni: atto di protervia senza eguali. E dunque con un successo a Kiev avremmo continuato con il solito andazzo, saltando di scandalo in scandalo e magari accogliendolo con piacere «perché porta bene». Invece si è capito che volendo si può avere un altro calcio, più sano, più vero. E allora, lunga vita a Cesare Prandelli: grazie a lui nulla potrà esser come prima. Non c'è una coppa da alzare ma è una gran bella vittoria. ©RIPRODUZIONE RISERVATA