Senza Titolo
Saranno state le dieci, dieci e mezza. M sveglio. Scendo dal letto. Uso il pitale (allora si faceva così). Poi con gli zoccoli e la maglietta entro in cucina, verso un po' d'acqua nel catino e mi bagno la faccia. In casa non c'è nessuno. Sono tutti in campagna. Con falce e "fèr dâ prà" a tagliare il grano attorno al campo per preparare il passaggio della tagliaerba trainata dai buoi. La nonna Richeta mi ha lasciato un pentolino con caffè (d'orzo) e latte tra la cenere del camino (non c'era la stufa). Non faccio a tempo ad arrivare al tavolo che si apre di colpo la porta della cantina e un rumore assordante mi fa spaventare… Esco di corsa da casa, arrivo in cortile e incrocio l'Adriana Savio che mi prende per un braccio e mi trascina verso l'orto. «Scapùma…. Scapùma, i bumbardân la stassiòn….» Ci rannicchiamo dietro una fila di pomodori, sotto una pianta di amarene. Intanto gli aerei, dopo aver sganciato, uno alla volta, in picchiata, le due bombe di cui erano dotati, si sollevavano e viravano proprio sopra di noi, verso Branduzzo per poi, sorvolando la ferrovia, ritornare sopra la zona della Stazione a mitragliare un lungo treno merci che stazionava sul binario morto. Ero spaventato, sì, ma nel contempo affascinato da questi cacciabombardieri che passavano a bassa quota. Arrivano dalla campagna, spaventati e trafelati, anche la mia nonna e il nonno e lo zio Romeo; si fermano anche loro nell'orto. I cacciabombardieri (P-51 americani) partiti probabilmente dall'aeroporto di Foggia o Pescara appena conquistati dagli alleati che avanzavano verso nord, dopo un terzo giro, si allontanano . Torniamo verso casa… «Guai a tì sâ tat môev» mi fa la nonna. Ma, approfittando della confusione, esco dal cortile, incontro "Patùja", il mio amico, e decidiamo di andare verso la stazione. Solo dopo il ponte sulla Luria, dopo la ceramica, vediamo i primi effetti del bombardamento. La strada è piena di sassi della ferrovia dispersi dalle bombe. "Patùja" torna indietro. E' scalzo e i sassi sulla strada fanno male. Io continuo, quasi di corsa, camminando sul ciglio della strada. Oltrepasso la "Ciaplèjna" e la "Rumana" (caseggiati abitati da operai delle Fornaci): vetri rotti e sassi dappertutto. Raccolgo una piccola scheggia e arrivo dove vedo due crateri provocati da due bombe. Davanti alla trattoria, rimasta in piedi ma tutta crivellata. Il cancello della Villa Palli è volato via. Trovo il Franco Trappoli che mi racconta la sua esperienza. In mezzo al passaggio a livello ci sono altre due buche, con i binari piegati verso l'alto. Guardiamo verso la stazione. Non c'è più. Solo macerie. Ci avviciniamo, ci sono soldati e uomini che scavano, ma ci mandano via. Seguiamo il binario morto che porta alla Fornace Palli. Raccogliamo bossoli di mitragliatrice e schegge. Da un gruppo di persone sentiamo «An-a restà suta 10 o 12». Poi una voce minacciosa. «Va a cà sùbit»: è lo zio Romeo che è venuto a cercarmi. Ha una "vis-cia" in mano. Faccio la Via della Stazione quasi di corsa, tenendo stretti i bossoli raccolti. Bruno Baldin