Quel passato che spaventava l'ex ministro
di Natalia Andreani wROMA Martelli: «Nicola, mi sono lamentato con te del comportamento del Ros. La loro iniziativa degli incontri riservati è stata arbitraria. Anche perché era stata istituita la Dia, la Direzione investigativa antimafia, che, seppur ancora non del tutto operativa, sarebbe stata competente ad una simile iniziativa. E con te, Nicola, non ho parlato di trattativa, perché non ne sapevo nulla». Mancino: «Sì, Claudio, è vero, il 4 luglio del 92 mi sono incontrato con te, alle ore 10.30, è scritto sulla mia agenda. Ma abbiamo parlato di altro, dell' opportunità di lavorare in sintonia. Non ero io come ministro dell'Interno a dover autorizzare il Ros a compiere alcunchè». Martelli: «Nicola, no, ti ho parlato anche dell'eccessivo attivismo dei Carabinieri del Ros. Anzi, non ricordo bene se ho parlato con te anche della sponda politica che i Carabinieri del Ros cercavano per le loro condotte, così come mi informò la dottoressa Ferraro». E' il 14 febbraio del 2012 quando i pm di Palermo depositano agli atti del processo al generale Mori, il verbale del confronto fra l'ex Guardasigilli Claudio Martelli e l'ex ministro degli Interni, Nicola Mancino. E' il faccia a faccia che costa a Mancino l'accusa di falsa testimonianza nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia e che avviene nello stesso giorno in cui in aula il pentito Giovanni Brusca afferma che era proprio Mancino il destinatario del «papello» con le richieste di Cosa Nostra. Un confronto temuto e per evitare il quale Mancino aveva iniziato a cercare l'aiuto del Quirinale. Chiamate andate avanti anche quando il confronto è già avvenuto, ma si profilano altri imbarazzanti faccia a faccia con altri protagonisti politici di quei giorni. Nelle telefonate al consigliere giuridico di Napolitano, Loris D'Ambrosio, Mancino si definisce «un emarginato». «Io non sono più il Mancino di tre, quattro anni fa. Mancino è stato distrutto, emarginato da tutti... perfino nel Partito democratico nessuno mi parla», si lamenta Mancino che teme l'assalto giudiziario delle tre procure che indagano sulle stragi di mafia – Palermo, Caltanissetta e Firenze - e in particolare dei pm palermitani che guidano il processo Mori: un vero incubo per Mancino che si insedia al Viminale il primo luglio del 92 e che pochi giorni dopo convoca a Roma il giudice Borsellino. Un incontro dal quale Borsellino uscirà sconvolto - nel quale il ministro avrebbe paventato l'ipotesi di una dissociazione dei mafiosi in cambio di benefici - ma del quale Mancino si ricorderà solo 20 anni dopo. Falcone è a quel punto è morto da un mese e mezzo. E Cosa Nostra, che aveva cominciato l'attacco allo Stato con l'omicidio di Salvo Lima, promette altri morti eccellenti. Martelli però vara il carcere duro per i boss. Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, risponde inviando il papello. Sono i giorni in cui il governo Amato vara il nuovo esecutivo dei tecnici ed Enzo Scotti, inviso alla Dc perché troppo attivo nell'antimafia (sua la legge che scioglie i consigli comunali infiltrati) viene silurato dagli Interni per far posto a Mancino. Il 19 luglio un'autobomba uccide Borsellino che secondo i pentiti rappresenta «un intralcio» alla trattativa. La stessa notte Martelli firma personalmente il decreto che riapre le carceri di Pianosa e dell'Asinara. A gennaio '93 viene catturato Riina. «Mi hanno consegnato. Chiedete a Mancino», dirà dalla cella mentre il Ros del generale Mori eviterà di perquisire il covo. A febbraio salta Martelli e arriva Giovanni Conso. Cosa Nostra non si placa. Sono i giorni dell'attentato a Costanzo, e poi delle bombe a Roma, Firenze e Milano. Sono i mesi, in cui, dicono i pentiti, si affaccia sulla scena Marcello Dell'Utri come uomo cerniera con uno Stato ormai sull'orlo della seconda Repubblica. A novembre Conso firmerà la revoca del 41 bis a 343 mafiosi. «In solitudine», dirà al processo. Ma la procura non gli ha creduto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA