«Christian, gioia poi incubo Mia figlia è ancora sotto choc»
PAVIA Per dare una risposta alla morte del piccolo Cristian, proseguono gli interrogatori del personale della clinica ostetrica del San Matteo. Ginecologa, ostetrica, infermiere presenti su più turni, quelli durante i quali Marilena Cardinale, 25 anni, è stata ricoverata in ospedale in attesa di partorire. Le doglie, il travaglio e il drammatico momento in cui ha dovuto stringere tra le braccia il corpicino del figlio, privo di vita. Ieri mattina la giovane donna è stata dimessa dall'ospedale e ha fatto ritorno a casa, nell'appartamento in cui da un anno vive con il marito Michele Boccamazzo, a Bornasco. «Era tutto pronto, la cameretta, i vestiti azzurri – dice al telefono la nonna Rosa Cardinale che abita a Palermo – . Mia figlia è sotto choc, non reagisce e passa le ore ad accarezzare le tutine che Cristian non potrà mettere mai più». Ma la nonna, che insieme al marito Antonino la notte del parto ha chiesto l'intervento dei carabinieri prima di ripartire subito dopo per la Sicilia, racconta con amarezza la sua versione di quella sera drammatica. «Eravamo tutti in attesa fuori dal blocco parto – racconta –. A un certo punto è uscita un'infermiera che ha annunciato: "E' nato Cristian, tutto bene". E' scoppiato un applauso, con noi c'erano anche altre persone che aspettavano la nascita di un altro bambino. Poi però non abbiamo saputo più nulla. Abbiamo atteso a lungo fuori». Dentro la sala parto il dramma si era già consumato. Il piccolo era già morto. «Siamo riusciti a entrare dopo che nessuno ci dava spiegazioni del ritardo e un'altra infermiera ci ha detto: «La mamma sta bene ma il bambino non ce l'ha fatta». Siamo sprofondati nell'incubo. Per questo abbiamo chiamato i carabinieri». Dentro la sala la giovane mamma stringeva ancora il piccolo al petto, il marito cercava di consolarla. «Il bambino poi le è stato prelevato da un infermiere impietosito e l'abbiamo preso in braccio anche noi parenti – dice Rosa Cardinale –. Era roseo, non sembrava si fosse soffocato con il cordone ombelicale. Comunque quella notte non c'è stata assistenza psicologica, ci siamo sentiti abbandonati a noi stessi». La stessa amarezza è stata espressa dalla famiglia di Marilena in una comunicazione ufficiale inviata alla direzione del San Matteo. «Siamo addolorati per l'accaduto – replicano in direzione –. Comprendiamo il dolore della famiglia ma nulla è stato trascurato e risponderemo solo ai familiari, per correttezza, in forma privata». Il supporto psicologico, sostiene l'ospedale, è stato offerto poche ore dopo i fatti, la mattina seguente. «Ma è stata la stessa paziente a rifiutarlo» spiega la direzione sanitaria. Intanto martedì pomeriggio si è svolta l'autopsia sul corpo del piccolo Cristian. I periti nominati dalla Procura che ha aperto un'inchiesta e quello della fondazione San Matteo hanno effettuato una serie di prelievi istologici per indagare tra le tante possibilità anche la possibilità che il bambino fosse affetto da una malattia genetica o da una sindrome non diagnosticata.(m.g.p.)