Alessandro Guidi, il poeta pavese che influenzò Leopardi

l'anniversario Un poco me ne dispiace, che la Pavia istituzionale e culturale non abbia ancora ricordato i trecento anni dalla morte di un suo illustre concittadino: Alessandro Guidi, morto il 12 giugno del 1712, uno dei poeti più famosi del suo tempo. Era nato a Pavia nel 1650 e avrebbe compiuto 62 anni due giorni dopo la morte. Un colpo apoplettico lo colse a Frascati, tappa del suo viaggio da Roma verso Castel Gandolfo dove avrebbe dovuto incontrare papa Clemente XI, già cardinale Albani, per consegnargli l'ultima fatica letteraria, la traduzione in poesia delle omelie dello stesso papa (e indubbio capolavoro tipografico per l'apparato illustrativo calcografico che lo corredava). Guidi era cittadino pavese, figlio di cittadini pavesi, Bernardo e Maddalena Figarolla. Allontanatosi presto da Pavia – fu prima alla corte di Ranuccio II a Parma e poi a Roma, alla corte della regina Cristina di Svezia - nutrì sempre verso la patria natìa un sentimento d'amore profondo. Ne darà prova scrivendo nel 1709 a Eugenio di Savoia, governatore di Milano e quindi anche di Pavia, per indurlo a ridurre il carico fiscale che incombeva sulla sua città. L'esito fu felice e a ragione il consiglio di Pavia, il 26 marzo del 1710, lo ammise all'ordine dei nobili e decurioni della città. I tempi del Guidi furono i tempi della poesia arcadica, di cui fu senz'altro uno degli esponenti di spicco. Tuttavia fu sua l'intuizione precoce e modernissima che gli schemi rigidi della metrica imperante potevano essere scalfiti a tutto vantaggio dell'ispirazione poetica che, anziché indossare un abito talvolta stretto e inadeguato, poteva trovare in una forma più libera la perfetta adesione tra estetica e sostanza. Il Guidi diede le prime prove della cosiddetta canzone libera, ovvero endecasillabi e settenari in alternanza senza schema fisso, forma destinata, cento anni dopo, a intrigare Giacomo Leopardi che la prenderà a modello per insufflarvi il proprio genio poetico. E da quel momento in poi la canzone libera diverrà canzone leopardiana. Anziché tributargli il giusto primato, Leopardi stroncherà nello Zibaldone l'intera opera del Guidi. E' difficile dire se a ragione. Ma l'averne scritto fu indizio in ogni modo di un ponte univoco ma spirituale tra i due poeti. Nell'udire L'infinito leopardiano, - Così tra questa Immensità s'annega il pensier mio. /E il naufragar m'è dolce in questo mare - è azzardato ripescare, seppur quasi a modello opposto, i versi del Guidi? fermo su l'ali il mio pensier oblia / le terre e i mari, e di vagar disdegna... Alberto Ungari