Duello Merkel-Monti sugli eurobond

di Andrea Di Stefano wMILANO Ancora un no, secco e incurante dell'aggravarsi della crisi: la cancelliera Angela Merkel anche ieri ha ribadito che non accetterà, «in nessuna circostanza», gli Eurobond. A stretto giro le ha indirettamente risposto Mario Monti: «Gli Eurobond diventeranno realtà, in una forma o nell'altra», ha detto il premier in un'intervista alla stampa greca, aggiungendo però che questo «non è una licenza di spendere e appesantire gli altri». E si è anche detto convinto che Atene «resterà nell'euro perché è nell'interesse dei cittadini». Le pressioni internazionali, rimarcate anche ieri da Obama, non hanno smosso più di tanto la posizione tedesca. Il presidente Usa, parlando nel tradizionale discorso del sabato alle famiglie, ha ancora una volta sottolineato che «la crisi dell'economia in Europa ha gettato un'ombra anche sulla nostra economia». I nodi irrisolti nel vecchio Continente continuano a condizionare l'economia mondiale e in prima fila c'è sempre Madrid. Il paese iberico «non è sull'orlo del baratro e uscirà dalla tempesta con i propri sforzi e con il sostegno dei partner europei», ha però ribadito anche ieri il premier spagnolo Mariano Rajoy, richiamando analisti e investitori a moderare le proprie "irrazionali" opinioni sulla situazione finanziaria della Spagna. Il sistema creditizio iberico è gravato da un incredibile esposizione verso il settore immobiliare, stimata in circa 320 miliardi di euro, che secondo l'Institute of international finance potrebbe produrre ulteriori perdite legate al mattone pari a 260 miliardi nei prossimi due anni. La Merkel e il suo ministro delle finanze Schauble stanno facendo pressioni su Madrid perché chieda aiuto al fondo Salva-Stati ma per ora il governo sta resistendo. Draghi ha esplicitamente parlato di una Unione bancaria che possa attingere al fondo salva-Stati ma ieri è arrivato un sostanziale stop dalla vicepresidente della Bundesbank, Sabine Lautenschlaeger: una unione bancaria nell'eurozona, ha detto, può essere creata solo dopo la definizione di precise basi giuridiche, spiegando che «mentre la legge sulla sorveglianza è ampiamente armonizzata, all'Europa manca un sistema di norme amministrative assolutamente essenziale per qualunque agenzia che preveda una azione diretta». Per Lautenschlaeger la «creazione di depositi di garanzia Ue e di un fondo di salvataggio europeo porterebbero a una condivisione del rischio» e quindi l'unico modello possibile deve prevedere una «unione fiscale e un controllo centrale e più forte». Ma, conclude, considerati i tempi lunghi che richiedono modifiche così ampie dei Trattati Ue e delle costituzioni nazionali una simile soluzione non è praticabile per risolvere i problemi attuali. La direttiva salva-banche che la Commissione europea si prepara ad approvare mercoledì prossimo è quindi solo un "elemento" dell'unione bancaria alla quale puntano i 27 e non uno strumento per gestire la crisi che stanno attraversando alcuni istituti di credito in Europa, come ha tenuto a precisare ieri Stefaan De Rynck, portavoce del commissario Ue al Mercato interno Michel Barnier. «Stiamo lavorando da qualche anno per rafforzare la regolamentazione e la vigilanza del settore bancario in Europa ed è chiaro che questi due elementi in passato non hanno funzionato abbastanza bene - ha proseguito De Rynck - Dare alle autorità nazionali gli strumenti ed i finanziamenti per la gestione delle risoluzioni è un elemento per la creazione di una unione bancaria». Ipotesi di lavoro ancora lontane, quindi, dall'essere concretizzabili a breve. ©RIPRODUZIONE RISERVATA